NESSUNO che si pronunci a favore del trasferimento (temporaneo) dei capolavori dell'arte italiana all'Expo di Milano. L'arroganza futurista di Vittorio Sgarbi genera reazioni uguali e contrarie tra i soloni della conservazione dei nostri beni culturali. La differenza tra l'uno e gli altri è solo apparente. Tutti condividono il medesimo pregiudizio che classifica le opere d'arte espressioni irripetibili e sublimi di un territorio, tratti identitari da connettere con la storia, la geografia e l'antropologia dei luoghi d'origine. Tutti, poi, convengono con analisi diverse che i beni culturali sono attrazioni turistiche per i visitatori globali e dunque fonte di un'economia da implementare. Perché, dunque, Sgarbi e i suoi detrattori si trovano a militare su sponde opposte, guardandosi in cagnesco? CREDO perché nessuno, cominciando da Sgarbi, ha interesse a sostenere la verità scomoda che andrebbe invece pronunciata a gran voce, senza infingimenti. L'arte, qualsiasi arte, ha a che fare con il potere. Dalla notte dei tempi. Ogni contesa che metta in gioco la condizione fondamentale di un'opera d'arte, che è la sua esponibilità, avrà fine solo con un atto d'imperio, cioè con una decisione politica, seppure nascosta come spesso accade in Italia da procedure tecniche, apparentemente neutrali. Ma chi mai potrà affermare in buona fede e con cognizione di causa che i Bronzi di Riace, la Primavera di Botticelli o qualsiasi altro capolavoro siano effettivamente intrasportabili in un mondo nel quale le tecnologie fanno tutto e di più? È piuttosto facile prevedere che le clamorose richieste di Sgarbi finiranno in nulla, e di questo per un verso potremmo anche essere soddisfatti. Convocare all'Expo Milano le ballerine di prima fila per esporre le gambe più desiderate del patrimonio culturale nazionale è un'idea da avanspettacolo, spacciata per un colpo di genio da un provocatore abituale. Se la politica italiana fosse una cosa seria, non si consegnerebbe a Sgarbi, per poi sbugiardarlo demandando al potere di veto di storici dell'arte e soprintendenti la definizione di condizioni di sicurezza insormontabili per la conservazione e lo spostamento delle opere richieste. Alla forza del governo e non all'appeal televisivo dei suoi giullari andrebbe invece affidata senza discussioni la decisione sovrana di reclamare e di esporre in pubblico il patrimonio culturale che appartiene a una comunità più vasta, che non è quella dei conservatori dei musei, dei cittadini che vi vivono accanto, degli intellettuali che ne traggono ispirazione. Un governo che non può disporre dell'arte in cui dice di specchiarsi, a cui è vietato propagandare la propria identità culturale, ammesso che vi si riconosca davvero, non ha presente e non troverà mai un futuro. Nel suo modo bislacco Vittorio Sgarbi ha posto una questione fondamentale del nostro tempo e, in particolare, centrale per l'Italia. Se l'arte ha a che fare con l'identità profonda di un popolo e se si suppone che la conoscenza e la comunicazione globale del suo valore, siano elementi propulsivi per l'autorappresentazione positiva di un paese, l'Expo sarebbe il luogo preciso per un'esposizione in grande stile. A condizione, però, che chi si fa carico delle proposte abbia un'idea più seria e moderna della cultura artistica italiana. Perciò, tanto per dire, si dovrebbe sostenere la proposta proveniente dal Vaticano di esporre all'Expo "Le Sette Opere della Misericordia di Caravaggio", resistendo alle polemiche provinciali di chi si oppone in nome di un presunto valore non traslocabile di quel capolavoro, incastonato a Napoli sull'altare della cappella del Pio Monte della Misericordia. La storia nomade del grande artista e del suo quadro contestatissimo dai committenti, tenuto a lungo in purgatorio, i quattro viaggi effettuati già in passato per prestiti a diverse istituzioni museali, dicono chiaramente che non esisterebbero obiezioni storiografiche e tecniche per inviarlo all'Expo. Il sovrintendente del Pio Monte Gianpaolo Leonetti è stato molto chiaro in proposito. Inoltre, il progetto espositivo nel padiglione della Caritas ha come contropartita lo scopo benefico della creazione di un istituto di accoglienza per malati terminali. Quale migliore destinazione per un'opera che s'intitola "Le Sette Opere della Misericordia"! Sarà il ministero dei Beni culturali a dire l'ultima parola. Mentre il ministro ci pensa, si potrebbe tenere in conto che il quadro di Caravaggio è anche l'origine di un lavoro corale portato avanti da diversi artisti che, negli ultimi anni, si sono cimentati sul tema della "misericordia" per produrre opere che stanno arricchendo la collezione della quadreria del Pio Monte. Questo per ricordare a storici, conservatori e soprattutto ai politici che l'arte italiana è un magnifico discorso che attraversa i secoli e giunge sino a noi non per suscitare l'interesse dei turisti, accrescere il Pil o fare spettacoli d'artificio, ma per costruire forma e senso. Se è vero, come dice Sgarbi, che il tratto più identitario dell'Expo, l'icona da esporre al mondo, non può che essere un capolavoro dell'arte, non sarà il momento di dire che ci sono un presente e un futuro e non solo un passato per questo paese così malandato? Ma siamo sempre lì. Solo una politica consapevole di sé è in grado di decidere e di assumersi la responsabilità di dare un significato attuale e una visione moderna a una comunità che ha la pretesa di parlare con il mondo. Non sappiamo che cosa accadrà in merito alle scelte di Sgarbi. Niente di buono, quasi certamente. Ma almeno lasciamo che il Vaticano e la Caritas, istituzioni ben più lungimiranti, svolgano il loro lavoro fino in fondo, magari anche aprendo al contributo di artisti contemporanei già legati al progetto del Pio Monte. Per una volta, checché se ne dica, la proposta che viene dall'Expo non è turistica (come qualcuno chissà perché insiste a dire), ma ha ragioni vive, profonde, serie e condivisibili. Il ministero farà politica o si piegherà al vento che tira?