Davvero questioni complesse come la gestione del porto di Venezia e la navigabilità della laguna possono essere affidate alle emozioni di una platea universale, che non solo non è in grado di valutare le soluzioni proposte dalle autorità competenti con il supporto degli studi di esperti impegnati, ma in larga misura non conosce la laguna veneziana e quindi non sa di che cosa si sta parlando? Che valore hanno le firme raccolte a migliaia su internet grazie a una campagna fondata sulla paura che è stata diffusa nel mondo sollecitando la sindrome della «morte a Venezia» che impazza da un secolo almeno? Gli argomenti della battaglia contro le grandi navi prima e ora contro lo scavo del canale di Contorta Sant'Angelo sono tutti fondati sull'ansia della catastrofe, evocando irragionevolmente una presunta fragilità di Venezia, come se essa non fosse lì, dinnanzi ai nostri occhi, a testimoniare la sua più che millenaria resistenza alle trasformazioni del territorio prodotte nel corso dei secoli dall'intervento della scienza e dall'ingegneria degli uomini, e mescolando minacciose profezie con irragionevoli paragoni con eventi ritenuti similari: basti per tutti l'inchino e il naufragio della nave della Costa all'isola del Giglio nel gennaio 2012 con le sue vittime innocenti, le quali, però, niente avevano a che fare con gli isolani, essendo purtroppo tutte imbarcate sulla Concordia. Insomma c'è n'è abbastanza per suggerire alle autorità, innanzitutto a quelle del Governo, di ignorare le suggestioni di una minoranza conservatrice, per proseguire, invece, nella direzione responsabilmente scelta, che tiene conto, più che delle paure di amateurs benestanti che possono permettersi di non lavorare immaginando Venezia come uno straordinario villaggio vacanze a loro esclusiva disposizione, delle concrete esigenze di un grande porto con una storia millenaria, che per resistere nei secoli ha sempre dovuto confrontarsi con lo sviluppo tecnologico e la modernizzazione delle proprie attrezzature. Venezia non è un museo all'aperto da gestire come una sorta di incongrua Disneyland delle arti, ma un'antica città capitale, snodo decisivo nelle relazioni tra occidente e oriente, centro di scambi e di traffici, certo con alterne fortune, ma mai definitivamente tramontato, che per vivere ha bisogno di lavorare, di partecipare alla vita e agli interessi del mondo contemporaneo, di competere lealmente con le altre realtà portuali, senza tutele o assistenzialismi che ne decretino la fine prematura. Questa snobistica schiera di difensori della laguna, che protesta sottoscrivendo generiche lamentazioni, vuole più semplicemente allontanare ed estraniare Venezia dalla vita, imbalsamandola per confortare le malinconiche nostalgie di un passato idealizzato e rimpianto: no alle grandi opere, no alle grandi navi, no ai canali alternativi a quelli sinora percorsi, insomma non sanno fare altro che opporsi e dire di no anche a costo che Sansone muoia con tutti i Filistei. C'è davvero da augurarsi che questo incosciente populismo dei menagramo non abbia la meglio e che si proceda, invece, lungo il percorso responsabilmente tracciato nelle sedi istituzionali: Venezia, la Venezia che fatica e che lavora, ne ha bisogno per non arrendersi.
Chi non vuole che Venezia viva
Il testo critica coloro che difendono la laguna di Venezia senza conoscere la sua storia e le sue esigenze. Questi difensori, spesso motivati da paura e ansia, chiedono di non fare grandi opere e di non permettere la navigabilità della laguna. Il testo sostiene che Venezia non è un museo da gestire come un villaggio vacanze, ma una città capitale che deve partecipare alla vita e agli interessi del mondo contemporaneo. Il testo critica anche coloro che si oppongono alle grandi opere senza avere una soluzione alternativa, e sostiene che si debba procedere con responsabilità e non con un populismo incosciente.
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