Il balletto dei capolavori annunciati all'Expo è quanto di peggio poteva succedere. Il rischio, ogni giorno più concreto, è quello di produrre in grande un effetto simile a quello del Forum delle Culture campano: e cioè quello di dare la fondata impressione di un Paese che viva in una eterna improvvisazione, in una cronica assenza di progetto, in una imperdonabile approssimazione, in una spasmodica ricerca di espedienti dell'ultimo minuto. L'Expo non è dedicata all'arte o al patrimonio culturale, ma al tema della nutrizione. Certo sarebbe stato possibile declinare questo enorme argomento anche attraverso l'arte e la sua storia. Ma, appunto, con un progetto, un senso, un'idea. Invece, non c'è nulla di tutto questo. Si è puntato sui nomi dei mostri sacri: a Milano ci saranno una mostra di opere di Leonardo e una di opere di Giotto. Mostre senza un nesso col tema, mostre che si sarebbero potute fare in qualunque altra occasione. Poi si sono cominciati a 'nominare' (come in uno scadentissimo reality) i sommi capolavori che avrebbero dovuto andare a Milano: così, senza un senso preciso, in una specie di viaggio della speranza che, con un miracolo, guarisse l'immagine dell'Expo (e dell'Italia) dalla corruzione, dalle incapacità, dallo spreco. E così è iniziata la litania: Bronzi di Riace, Venere di Botticelli, Ebe di Canova, Sette Opere di misericordia di Caravaggio ... orate pro nobis! Una litania condita dal peggio di questo Paese: l'attitudine colonialista di chi vorrebbe espiantare gli organi pregiati da un Mezzogiorno considerato irraggiungibile e perduto, il campanilismo gretto di chi si straccia le vesti senza aver mai fatto nulla per accogliere i visitatori, la carità pelosa chi ha messo sul tavolo la promessa di contropartite in soldi, in natura, addirittura in costruendi ospedali. Una sceneggiata indecorosa, che speriamo finisca prima possibile. Lo chiede un residuo senso di dignità, lo pretendono i principi fondamentali della conservazione del patrimonio culturale, saggiamente rammentati ieri da Mirella Barracco. Primo: in nessun paese dell'Occidente le opere d'arte si muovono per andare alle fiere, a impreziosire gli eventi; i grandi musei del mondo libero prestano solo per motivi scientifici, a iniziative scientifiche costruite in anni di ricerche e di lavoro serio e condiviso. E l'ostensione di 'capolavori' isolati è il contrario esatto della scienza e della conoscenza, avendo semmai a che fare con il traffico delle reliquie. Secondo: in nessuna parte del mondo le opere si muovono per soldi. Solo in un Paese finito ci si può ridurre a pensare che esista il noleggio a ore del capolavoro. Se, un domani, una serissima mostra riuscisse a riunire tutti i quadri di Caravaggio e quella mostra chiedesse anche le Sette Opere di misericordia, sarebbe giusto concederla (rigorosamente gratis), anche se la mostra fosse a Tokyo o a Toronto. Ma ora, e a queste condizioni, proprio no: Caravaggio non è una escort di lusso, Napoli non è una maîtresse, l'Expo non è un cliente facoltoso, e l'Italia non è un bordello. Almeno, non ancora.