«Non sono un creativo. Paziente, sì», dice di sé Gino Agnese, napoletano «da lontano», trapiantato a Roma dal 1960 e però legatissimo alle sue radici: «Che sia di Napoli lo capiscono tutti quando parlo, e se non se ne accorgono mi arrabbio». Racconta: «Da bambino abitavo a Capodimonte, proprio nel bosco delle porcellane. Avevamo un alloggio lì perché mio padre lavorava alla Sovrintendenza ai Monumenti. Poi lui, artigliere, morì nel '43 cadendo da Anacapri con un camion. Così io fui strappato al paradiso delle porcellane e ci trasferimmo alla Riviera di Chiaia». Di quella sua città, dov'è tornato nel 2004 da presidente della Quadriennale portando a Palazzo Reale la mostra Anteprima, Agnese è in una sorta di perenne osservazione che gli fa dire: «Chi ci vive non vede correttamente il meglio e il peggio. Le cose viste da vicino sono meno chiare, è come per il pesce, che non sa nulla del mare perché non lo scorge». Di Napoli lo opprime l'impressione «di sfascio, di una classe dirigente che non fa nulla, e quasi temesse di perdere il posto non interviene a correggere abusi e soprusi. Uno per tutti, gli ambulanti che la assediano con bancarelle da suk algerino». Sull'arte, il punto di vista di Agnese, già espresso in occasione del «ritorno» con la mostra della Quadriennale, è totalmente polemico: «Non è gestita in modo democratico» è il suo rilievo più benevolo. A Napoli Agnese ha vissuto gli anni dell'iniziazione giornalistica, politica e artistica. «Non sono diplomato né laureato. Le scuole sono state il mio continuo naufragio: sono passato dall'Istituto Amato al Margherita di Savoia al Volta, dove ho imparato i disegni delle macchine. All'Istituto d'arte ho avuto per maestro Emilio Notte e per compagni Gianni Pisani, Eduardo Palumbo, Sergio Mascaro. Poi si aprì il giornale La sera e il direttore politico, Nicola Foschini, mi assunse, d'accordo con Edmondo Cione. A vent'anni diventai presidente della Giovane Italia e, quando il Secolo decise di fare due pagine di cronaca napoletana, passai a lavorare lì». Come ricorda la destra napoletana di allora? «Io "stavo in mezzo" già a quindici anni e la ricordo assai meglio di quella di oggi. Intelligente, vivace, forte tra gli universitari. Ricca di veri intellettuali, avvocati, matematici. Si parla sempre di Caccioppoli perché era un grande eccentrico, la trasposizione del lombrosiano "Genio e follia". Ma anche a destra c'erano veri personaggi. Nicolò Spampinato ad esempio, che però era normale e nessuno lo ricorda. C'era uno straordinario oratore come Fernando De Biasi, un avvocato come Silvio Vitali. Di Cione ho già detto». Cione, fervente repubblichino, era alquanto impresentabile. «Sì, perché metteva gli indici sotto il panciotto. Era allievo di Croce - lo chiamava o' vaccariello - e abitava vicino al liceo Vico». Definirebbe fascista il ragazzo che lei era allora, e in quali rapporti con il laurismo? «Ma quale fascista. Io sono nato nel 1936, quando è caduto il fascismo avevo pochi anni. Quanto al laurismo, io mi consideravo un avversario del Comandante. Da giovane partecipai alle manifestazioni per Trieste italiana. Eravamo davvero indipendenti, all'opposizione. Il laurismo non aveva niente a che vedere con gli ideali nazionalisti di allora, con la purezza dei miei sentimenti patriottici». Botte ne ha mai date? «Mai. Quando dimostravamo per Trieste italiana non si sapeva se eravamo più patriottici noi o i poliziotti. Nel 1956, a vent'anni, capeggiai con altri le dimostrazioni di solidarietà con l'Ungheria invasa dai carri armati Urss. Ci fu una grande ondata di emozione, ma nessuno manifestava. Gli Usa volevano che si scendesse in piazza ma i democristiani erano strutturalmente inadatti a farlo. La sinistra, con Napolitano in testa, dava ragione ai sovietici. Solo noi potevamo mobilitare gli studenti. Lo venne a sapere il questore, Carmelo Marzano. Chiamò me, che ero presidente della Giovane Italia, e Antonio Mazzone, dirigente provinciale. Ci diede l'itinerario che avremmo dovuto percorrere, assai nascosto. "Vi faccio dimostrare solo se fate questo giro", disse. Una cosa molto democristiana. Ma io risposi: "Facciamo la manifestazione solo se ci date via Roma". Volevamo passare davanti alla sede del Mattino, allora all'Angiporto Galleria. Alla fine sfilammo dove avevo chiesto io, con migliaia di giovani. Molti anni dopo sono stato uno dei fondatori di An. Io sono un intellettuale di destra, e le personalità a cui mi ispiro sono Longanesi, Prezzolini, con cui ho avuto una fitta corrispondenza, e soprattutto Marinetti». Marinetti definiva la guerra «sola igiene del mondo». Condivide anche quest'elogio? «Si tratta d'inserirlo nel suo contesto storico. Anche Omero non si apprezza se non si contestualizza. Il mio punto di riferimento resta la curiosità marinettiana per le tecnologie. Ho fatto di tutto per trasmetterla a An, per dar corpo all'idea di una destra lanciata nella modernità». La destra napoletana ha accolto questo suo suggerimento? «Non ho grandi contatti, ma quella di oggi mi sembra del tutto inadeguata. Se avesse saputo fare meglio il suo mestiere di opposizione, la Iervolino e Bassolino - ottimo comunicatore - non sarebbero più in carica. Bocchino è una brava persona, ma da solo non poteva bastare. È venuto dopo anni di sfascio. L'opposizione non esiste, la borghesia si è votata al centrosinistra così com'è. Risultato: a Napoli continua il declassamento che dopo l'unità la portò da capitale a città normale. Oggi è precipitata a città dei morti ammazzati. Nulla si muove, la trasformazione di Bagnoli resta una promessa mancata». Lei ha sempre criticato anche l'assenza di un progetto per l'arte a Napoli. Ora è aperto palazzo Roccella, il metrò dell'arte va avanti, tra poco si dovrebbe inaugurare la galleria di Donnaregina. Pensa ancora che non ci sia progetto? «Premetto che nel campo dell'arte, come in tutto il resto, rispetto profondamente tutte le opinioni, speicialmente quelle che non condivido. In passato ho detto che Napoli è l'unica città delle sue dimensioni senza una galleria d'arte contemporanea. Sembra imminente, ma credo che, ora a elezioni fatte, rallenterà. Quel che critico è la gestione dell'arte a Napoli. È verticistica. Invece di far decidere a due o tre consulenti stipendiati dalla Regione, ci voleva un comitato interdisciplinare di esponenti della cultura, con lo storico Galasso, l'università, i direttori degli altri istituti culturali. Non sono appassionato neanche del metrò dell'arte». Sa che vorrebbero «copiarlo» a Londra? «Sì, ma non amo il seppellimento di opere che si fa nel metrò. Pretende di convalidare l'idea della "morte dell'arte". Né credo che l'opera d'arte debba essere destinata agli sguardi fuggevoli di chi è in transito. Anche per il metrò, poi, chi ha deciso, con quale metodo? Non mi sembra tiri aria di gran democrazia. Non è che mi aspettassi decisioni assembleari, ma di comitati sì. A Roma almeno, funziona così. Secondo me Veltroni è più bravo».
Il Mattino
7 Maggio 2005
✓ Entità verificate
Agnese: Arte, scelte con poca democrazia
TI
Titti Marrone
Il Mattino
Artista / Persona
Bene culturale
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