Brunelli, Cia: zone per la Regione non vocate hanno avuto il punteggio massimo da Wine Spectator "Non possiamo obbligare le piccole aziende ai terrazzamenti perché hanno costi allucinanti" GLI SCONTENTI LA TOSCANA modello per i «vincoli minimi», come dice il segretario dem Parrini? Non ditelo a sindaci e imprenditori. Perché sia gli uni che gli altri pensano che il Piano paesaggistico adottato a luglio sia in realtà il contrario. «Non si può disperdere per norma uno sviluppo che si è dimostrato sostenibile ed economicamente vincente, i vincoli del Piano dovranno essere rivisti integralmente», dice il sindaco di Montalcino Silvio Franceschelli. Anche quelli che riguardano il «mosaico delle biodiversità» che incoraggia più colture: «Chi viene a Montalcino si aspetta di trovare i vigneti, non campi di grano». E dunque, «prima di imporre prescrizioni bisognerebbe conoscere il territorio, perché il turismo enologico e paesaggistico porta ricchezza: la disoccupazione è prossima allo zero», dice Franceschelli. Ma dove sono i tanto contestati vincoli? Cos'è che non va nel Piano? «Il punto sono le schede d'ambito, le mappe che dettagliano come si utilizza il terreno», spiega Luca Brunelli, titolare dell'omonima azienda di Montalcino con 11 ettari di vigneti. «Nel Piano si dice che impiantare vigneti su certi terreni 'è dannoso per la qualità' del vino. Ma ci sono produttori che hanno realizzato vigneti in zone secondo il Piano non vocate col massimo punteggio su 'Wine Spectator', la bibbia americana del vino». Rinunci dunque la Regione ad indicare a priori dove si può fare vino: «Lo lasci decidere a noi», dice Brunelli, che è anche il presidente toscano della Cia, la Confederazione degli agricoltori. Non solo però. Vincoli ci sarebbero anche sui reimpianti, sulla sostituzione dei vecchi vigneti con i nuovi: «Il Piano dice che si deve tenere conto della configurazione storica dei terreni, secondo il modello anni Sessanta a più colture. Ma così si lede la libertà d'impresa. Solo il Chianti classico è risparmiato», insiste Brunelli. Anche perché la tutela dell'ambiente è una priorità per gli stessi produttori: «Per noi economia e paesaggio sono un connubio viscerale. E non dimentichiamo che dei 24 mila ettari di Montalcino solo il 15 è occupato dai vigneti », dice il presidente del Consorzio del Brunello Fabrizio Bindocci. Si contesta però anche il recupero dei terrazzamenti, una tecnica ritenuta conservativa, rispettosa del paesaggio e anti-industriale dalla Regione. Obbietta il sindaco Pd di Gaiole Michele Pescini: «La Regione mi dice: senza terrazzamenti si rischia di peggiorare il dilavamento del territorio. Giusto, ma non possiamo obbligare le piccole aziende, cioè la nostra vera eccellenza: sono costi allucinanti. E non vorrei che combattendo l'industrializzazione si finisca per favorirla». Eppoi i cosiddetti corridoi ecologici. «La Regione dice no ai grandi appezzamenti perché bisogna salvaguardare fossi e torrenti, i corridoi naturali. In molti casi quindi non si potranno estendere i vigneti. Regolamentare è giusto ma così è troppo: ci sono vincoli per il fondo valle, vincoli per l'alta collina, vincoli della soprintendenza. Una prigione», lamenta Pescini. Gli fa eco il sindaco Pd «arrabbiatissimo» di Greve Paolo Sottani: «La Regione mi spieghi come faccio a dire ai produttori che vogliono reimpiantare i vigneti che non possono farlo perché una scheda d'ambito lo vieta». Salta su Filippo Mazzei, titolare dell'etichetta Fonterutoli: «Devono essere gli architetti della Regione a dirci dove si può fare vino? I produttori non hanno bisogno degli architetti per stabilire su quali terreni si fa il vino». E non si sventoli il rischio idrogeologico: «Marson mi deve dire quando in Chianti ci sono stati eventi del genere, invece vedo solo la volontà della politica di controllare il territorio. Eppure siamo noi produttori a garantire la stabilità del suolo», aggiunge Mazzei. Nessun freno per le aziende dice invece il sindaco di Montepulciano Andrea Rossi: «Dobbiamo al contrario attrarre investimenti rispettando l'ambiente. Non è possibile che in alcune zone vocate del mio Comune la Regione abbia vietato il reimpianto».