Approvata ieri dal Consiglio dei ministri la riforma dei Beni culturali predisposta dal ministro Dario Franceschini. Rispetto alla versione iniziale, presentata qualche settimana fa, il testo non è stato molto modificato. Ma il premier Renzi che da sempre mal sopporta le sovrintendenze, giudicate «un potere monocratico che passa sopra chi è eletto» è riuscito ad accentuare forme di autonomia e coinvolgimento dei privati rispetto alla prima bozza. In sostanza è stata rafforzata l'autonomia dei musei e dei siti archeologici, rendendo possibile una gestione diretta dei siti da parte dei privati favorendo una gestione mista (sul modello dell'Egizio di Torino) dei musei. Il ministro Franceschini ha espresso la sua felicità in un tweet: «Approvata in Consiglio dei ministri la riforma del Mibact. Adesso ci sono le basi per investire in modo moderno su tutela e valorizzazione». In una nota, il Consiglio dei ministri ha scritto che «il provvedimento rende l'amministrazione dei beni culturali più snella, efficiente e economica attraverso: l'ammodernamento della struttura centrale e la semplificazione di quella periferica; l'integrazione definitiva tra cultura e turismo; la valorizzazione dei musei italiani (20 musei e siti archeologici di interesse nazionale dotati di piena autonomia gestionale e finanziaria con direttori altamente specializzati e selezionati con procedure pubbliche); il rilancio delle politiche di innovazione e formazione; la valorizzazione delle arti contemporanee; la revisione delle linee di comando tra centro e periferia (semplificazione delle procedure per ridurre i contenziosi) ed il taglio delle figure dirigenziali (37 dirigenti in meno)». Un aspetto, quest'ultimo, contestato dai sindacati: si sopprimono 38 soprintendenze (50) nei settori delle arti e quelle del settore archivistico (19, pari al 47 delle sedi) facendo «un passo decisivo verso lo smantellamento dell'apparato della tutela». Vediamo alcuni aspetti del provvedimento. Il decreto prevede che i direttori regionali (un ruolo istituito con la riforma del Titolo V) diventino segretari regionali: non saranno dirigenti di prima fascia, dovranno svolgere gli stessi compiti e, in più, incombenze nel turismo. Prevede anche, come detto, che 20 musei (è stato aggiunto anche il Palazzo Ducale di Mantova, dopo le polemiche) abbiano direttori autonomi. La trasformazione più importante riguarda la creazione di nuove direzioni generali e l'accorpamento delle soprintendenze ai Beni architettonici con quelle ai Beni storico-artistici, un provvedimento molto osteggiato dai sovrintendenti di queste ultime e da parte del mondo dell'arte. Questa fusione non sarà immediata, bensì rimandata a un atto successivo che prevede un nuovo decreto ministeriale. Tra i punti controversi, quello che riguarda a chi spetti l'ultima parola sui prestiti, visto che si fa spesso riferimento a un organo decisore «sentito il parere» di un altro. Molti sono anche gli organi collegiali, il che potrebbe generare un certo assemblearismo nelle decisioni. Anche i direttori dei Poli museali potrebbero trovarsi in qualche difficoltà vedendosi sfilare il museo principale della città, con i cui introiti si coprono oggi le perdite degli altri, mentre per i direttori autonomi dei musei il rischio da non correre è che si inneschi una gara di «valorizzazione» che metta in secondo piano la funzione educativa e di tutela.
Approvata la riforma dei Beni culturali: più autonomia ai musei
Il Consiglio dei ministri ha approvato la riforma dei Beni culturali, predisposta dal ministro Dario Franceschini. La riforma non è stata molto modificata rispetto alla versione iniziale. Il premier Renzi ha accentuato le forme di autonomia e coinvolgimento dei privati. I musei e i siti archeologici avranno una gestione diretta, con la possibilità di una gestione mista con il privato. Il ministro Franceschini ha espresso la sua felicità per l'approvazione. Il provvedimento rende l'amministrazione dei beni culturali più snella, efficiente e economica.
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