La vigna diventa il teatro di una guerra. Quella tra i produttori di vino e la Regione Toscana. La giunta del governatore Enrico Rossi ha da poco adottato il Piano di Indirizzo Territoriale (Pit). Tra le linee di indirizzo contenute nel documento, in via di approvazione in Consiglio regionale, ci sono anche molti riferimenti al mondo della viticoltura e alle necessità di regolarne lo sviluppo, in armonia con le necessità del territorio: dai rischi idrogeologici, al rispetto della varietà del paesaggio, fino alla biodiversità. Ma i viticoltori sentono messo in discussione il proprio futuro. E si ribellano. Il piano. L'enorme faldone del Piano paesaggistico si concentra sul capitolo dei vigneti soprattutto in riferimento a due macro-zone: il Chianti e la Val d'Orcia. Del territorio si fa una ricostruzione storica e se ne individuano i valori: «Il paesaggio del Chianti recita il testo rappresenta il più noto esempio, in epoca moderna, di integrazione tra attività dell'uomo e ambienti collinari (...) i cui significati profondi (...) hanno valore universale». Eppure non mancano i pericoli: rischi di esondazione, eventi franosi, spostamento del suolo a valle, vigneti estesi lungo la massima pendenza, espansione dei centri abitati. Per questo, servono interventi per il contenimento dell'erosione, l'evoluzione della maglia agraria verso unità meno estese, l'estensione dei metodi di copertura verde del suolo. Anche l'attuale territorio della Val d'Orcia «rappresenta un valore assoluto». Ma non mancano le criticità, a partire dalla «possibile trasmissione di sostanze chimiche alle falde acquifere». C'è quindi necessità, secondo il Piano, di coniugare «l'esigenza di tutelare e riprodurre forme caratteristiche» con «la necessità di contenere i processi di erosione del suolo». I consorzi. Ad accedere la miccia della polemica è stato Giovanni Busi, presidente del consorzio Vino Chianti: «L'agricoltura è uno dei pochi settori in cui l'occupazione cresce quindi o è economicamente valida o la si uccide». Secondo Busi, la necessità di contenere i costi per concorrere sul mercato impone la meccanizzazione dell'agricoltura, vigne sempre più grandi e prive di interruzioni. «Non può essere un atto politico a dire che dove io devo piantare viti o dove non posso farlo, deve essere il viticoltore a scegliere, perché conosce il vino e come lo si fa». Il presidente racconta che in Borgogna, la terra dei grandi vini francesi, ci sono vigne senza soluzione di continuità lungo 50 km. «Da noi invece vogliono imporci piccole vigne e terrazzamenti perché temono le frane prosegue ma siamo noi i primi a non volerle: è vero che l'Europa ci dà 14.800 euro per ettaro quando reimpiantiamo le viti. Ma il costo complessivo è di 50, 60.000 euro. La differenza ce la mettiamo noi e siccome non siamo scemi, non vogliamo far crollare tutto». Del resto, oggi si coltivano 5000 piante per ettaro (contro le 1600 di 40 anni fa) «che con le radici aiutano ad evitare il dissesto». Dietro a Busi, si accodano tutti gli altri consorzi. Letizia Cesari (Vernaccia di San Gimignano) teme che i coltivatori si ridurranno «a fare i giardinieri per mantenere la beltà senza produttività», mentre Fabrizio Bindocci (Brunello di Montalcino) ricorda che «non ci sono dissesti se c'è un agricoltore attento, perché usa pochi antiparassitari, regimenta le acque, tiene i fossi puliti perché l'acqua scorra, per le ristrutturazioni recupera le pietre e i vecchi docci perché le case rispettino il più possibile il contesto toscano». Andrea Giorgi (Vino Orcia) ritorna con la memoria a quando «il paesaggio forse era più bello, ma non era adatto a un'agricoltura redditizia». Al contrario, Andrea Natalini (Nobile di Montepulciano) afferma che «duecento anni fa c'erano molte più vigne di ora». L'assessore. «Chi sostiene che il Piano contrasti lo sviluppo della viticoltura non lo ha capito replica l'assessore al Paesaggio della Regione, Anna Marson noi, alla luce dell'esperienza, vogliamo mettere delle regole solo ai nuovi vigneti a quei reimpianti che prevedano modifiche consistenti al territorio. Non vogliamo tornare indietro rispetto all'attuale, né vogliamo bloccare la crescita della viticoltura, che è un patrimonio straordinario del nostro paesaggio». Per Marson, le critiche contenute nel Piano riguardano grandissime aziende industriali, che hanno piantato viti senza soluzione di continuità, «spianando colline e terrazzamenti, eliminando strade interpoderali, facendo così emergere problemi idrogeologici». Anche sull'ampliamento delle cantine, la Regione vuole porre un limite, ma che si riduce «al rispetto delle proporzioni e all'armonia col territorio. Insomma interpretazioni fantasiose o contro lo sviluppo non ci saranno». E apre alla confronto con i produttori, prima dell'approvazione del testo definitivo da parte del Consiglio regionale. Gli esperti. All'inizio degli anni '80, il geologo Paolo Canuti pubblicò uno studio pionieristico nel quale indicava nei nuovi grandi vigneti una causa scatenante dell'erosione idrogeologica: nel Chianti, in pochi anni, era stato registrato un aumento delle frane del 500. Dalla prima metà degli anni '70, infatti, la Cee aveva avviato un programma di massicci finanziamenti all'agricoltura specializzata, che in Toscana era sfociato nella corsa ai grandi vigneti attraverso lo spianamento delle colline e dei terrazzamenti, oltre alla distruzione dei vecchi canali per la raccolta delle acque. Oggi, il professor Nicola Casagli, che di Canuti è stato allievo, spiega che «negli ultimi anni enormi problemi non ci sono più. Mentre in Sicilia, Campania e Veneto stanno facendo quello che facemmo noi 40 anni fa, la Toscana i suoi disastri li ha già vissuti e i nostri vignaioli hanno imparato a prendere degli accorgimenti per ridurre il rischio di frane». Ma gli spianamenti e l'eccessiva lunghezza dei versanti coltivati, secondo Casagli, rappresentano ancora un rischio. Concorda con lui Stefano Carnicelli, ordinario di pedologia (la scienza che studia il suolo) all'università di Firenze: ci sono buone pratiche, come il (pur lento) ritorno a quel «raffinato sistema di canalizzazione delle acque che c'era cento anni fa e che poi fu disgraziatamente cancellato», ma ci sono anche soluzioni che non sono ancora abbastanza affermate, come il far crescere l'erba tra i filari per impedire all'acqua di scorrere velocemente sul terreno. «Nelle vigne toscane abbiamo diversi tipi di problemi spiega Carnicelli a parte la zona del Candia, dove c'è l'unica grande preoccupazione per le frane, nel Chianti c'è un allarme erosione, pur contenuto, mentre a Montalcino o a Bolgheri no, il terreno è così permeabile che l'acqua scivola rapidamente nelle falde e rischia di inquinarle con i diserbanti. A Bolgheri c'è già un pre-allarme nitrati nelle falde». I numeri. Dopo la grande rivoluzione degli anni '70, nell'ultimo decennio le coltivazioni a vite in Toscana non sono aumentate. Anzi, i dati di Istat parlano di un saldo negativo di 1.089 ettari tra il 2000 e il 2011. Ma non è in atto una nuova fuga dalla terra, anzi, i viticoltori sono tornati ad investire: per questo, ogni anno il dato oscilla in base a quante viti vengono estirpate per essere poi reimpiantate, perché la vita produttiva di una pianta non va oltre i venti, trenta anni. Le variazioni di produzione dell'ultimo decennio (si passa dai quasi 3 milioni di ettolitri del 2006 ai 2,1 del 2012) dipendono invece più dall'imprevedibilità del meteo. A farla da padrona, in Toscana, resta la provincia di Siena, con più di un terzo della produzione regionale di vino (ben il 38), seguita da Firenze che si prende un quarto esatto della torta. Ma per i produttori, il problema rispetto agli storici rivali francesi resta il ruolo dello Stato. L'Italia, come il Cile o l'Australia, è un Paese che sta ancora cercando il suo spazio nei mercati internazionali. Tutti a inseguire i transalpini, dove da decenni è Parigi, ancor prima dei consorzi o dei singoli viticoltori, a pensare alla promozione del vino. Così, se le etichette francesi possono permettersi di imporre qualsiasi prezzo e i consumatori di tutto il mondo continuano a comprarle, quelle italiane, per essere allettanti, devono ancora lavorare sulla difficile strada del contenimento dei costi.
Corriere della Sera
29 Agosto 2014
Toscana. Il Piano del Paesaggio
IV
Ivana Zuliani
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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