Portare o no i bronzi di Riace a Milano per l'Expo? Critici, esperti e politici si sono divisi tra favorevoli e contrari. Innanzitutto va detto che entrambi gli schieramenti vantano ben fondate ragioni pro e contro lo spostamento. Molto in sintesi e molto semplificando: da una parte chi dice che non si può valorizzare senza insieme tutelare, dall'altra chi dice che non si può tutelare senza insieme valorizzare.Chiara a questo punto è la necessità di trovare un punto di equilibrio tra le diverse posizioni. Punto d'equilibrio che deve essere la politica a cercare. E qui sorge il problema alla base di tutto. La difficoltà della politica a orizzontarsi entro istanze di tutela a dir poco contraddittorie, frutto dell'enorme ritardo culturale entro cui si muove il mondo dei beni culturali. Gentile direttore, sulla prima dell'edizione milanese del Corriere del 25 agosto, l'amico Vittorio Sgarbi mi chiama in causa come perno tecnico del suo volere lo spostamento dei Bronzi di Riace da Reggio Calabria all'Expo di Milano. Ciò contro un rilevante numero di miei altri amici che quello spostamento non vogliono. Perciò credo possa ben capire il motivo per cui Le scrivo. Innanzitutto va detto che entrambi gli schieramenti vantano ben fondate ragioni pro e contro lo spostamento dei Bronzi di Riace a Milano. Molto in sintesi e molto semplificando: da una parte chi dice che non si può valorizzare senza insieme tutelare, dall'altra chi dice che non si può tutelare senza insieme valorizzare. Chiara a questo punto è la necessità di trovare un punto di equilibrio tra le diverse posizioni. Punto d'equilibrio che deve essere la politica a cercare. E qui sorge il problema alla base di tutto. La difficoltà della politica a orizzontarsi entro istanze di tutela a dir poco contraddittorie, frutto dell'enorme ritardo culturale entro cui si muove il mondo dei beni culturali. Il quale ancora oggi non ha capito, pur se con qualche isolatissima eccezione, che dopo il 1966 dell'alluvione di Firenze quindi dopo 48 anni di terremoti, frane, esondazioni, morti, feriti, sfollati, monumenti e opere d'arte distrutti per sempre, eccetera, quelli di cui tutti sappiamo la salvaguardia d'un patrimonio artistico fragilissimo e infinitamente diffuso su un territorio, il nostro, inoltre in gran parte ormai abbandonato, non può più coincidere con il fare dei bei restauri, com'era nella logica delle leggi di tutela del 1939, la stessa che ancora oggi governa tutto, bensì deve essere mirata a fare in modo che le opere d'arte abbiano sempre meno bisogno di restauri. Quel che si può ottenere realizzando una politica di tutela radicalmente nuova perché fondata su un'azione di conservazione preventiva e programmata del patrimonio artistico in rapporto all'ambiente. Una politica di tutela dettata da una nuova legge di pochi e chiari articoli posta in essere tramite un lavoro comune e solidale tra pubblico e privato, lavoro coordinato da nuovi soprintendenti perché finalmente formati ah hoc. Che è poi quel che chiedeva di fare Giovanni Urbani dalla direzione dell'Istituto centrale del restauro mezzo secolo fa, quando realizzò un progetto-pilota di conservazione programmata del patrimonio storico e artistico dell'Umbria, progetto immediatamente attuabile, detestando egli, uomo libero che aveva studiato a Harvard, ogni forma di ideologizzazione dei problemi. Dalla cieca e pregiudicata opposizione di Soprintendenze e Università a quel progetto l'immenso ritardo culturale accumulato dal settore, a cominciare dal non essersi mai formata una comunità scientifica d'indubitabile competenza di specie. Quella che forse mai ci sarà, se il futuro si può ragionevolmente immaginare dal passato, ma che, quando ci fosse, non solo potrà finalmente operare una tutela razionale, coerente e efficace della totalità del nostro patrimonio artistico, ma anche impedire che si sollevino querelles tipo «Bronzi di Riace a Milano sì Bronzi di Riace a Milano no».