CONDIZIONI di vivibilità nulle, inesistenti, per i 300 immigrati che occupano l'ex Convento di Santa Chiara, a Bari. Lo certifica la Asl, incaricata dai carabinieri del Nas (il Nucleo specializzato per la salute) di svolgere una relazione sulla capacità della struttura di ospitare persone. Una certificazione che entra di diritto nel maxifascicolo di indagine, avviato dal sostituto procuratore di Bari, Renato Nitti (affiancato dal procuratore aggiunto Anna Maria Tosto) su tutto quel che nell'ultimo mese e mezzo è avvenuto nella struttura, di proprietà del Ministero per i beni culturali, con vista mare. Lì dove si sarebbe dovuto compiere il restauro, finanziato con 8 milioni di euro di fondi Pon e a rischio per l'approssimarsi del termine per la consegna dei lavori, mancano infatti acqua e luce. Ma non solo: è del 25 agosto scorso una nuova lettera della Sovrintendenza ai Beni culturali, inviata ai carabinieri del Nas e in Procura, nella quale si chiede agli inquirenti di valutare, nel contesto dell'urgenza di intervento, anche uno strano allagamento, all'interno del complesso architettonico. A provocarlo sarebbe stato un tubo, dimenticato durante i lavori di restauro (interrotti a febbraio per la prima occupazione), e dagli immigrati tirato dentro e, forse, lasciato aperto. Un pericolo in più per quella che, secondo le intenzioni, sarebbe dovuta diventare la nuova casa della Sovrintendenza ai Beni architettonici, mentre il Castello svevo, liberato dagli uffici e dalle auto, possa rinascere a nuova vita come contenitore museale, esponendo tesori mai visti in pubblico e nascosti nei depositi. Danni ulteriori, mentre da settimane si cerca freneticamente una soluzione alternativa per i circa 300 occupanti, la cui identificazione è stata invece affidata agli agenti della Digos della Questura di Bari. Il compito di sistemarli, trattandosi di immigrati di seconda accoglienza e cioè già in possesso di permesso di soggiorno, spetterebbe al Comune di Bari, ma coinvolge anche la Prefettura, chiamata in causa dal sindaco Antonio Decaro. Su entrambe le istituzioni, oltre che sulle condizioni di vivibilità dell'ex monastero, puntano ora le indagini: nell'incarico affidato dalla Procura ai carabinieri del Nas, infatti, si chiede tra le altre cose di valutare se Comune e Prefettura abbiano adottato tutti gli strumenti a loro disposizione per mettere in condizione gli occupanti di lasciare Santa Chiara. Si vuole capire, in sostanza, se è stato fatto tutto il possibile per trovare una alternativa alla situazione attuale. L'informativa dei carabinieri specializzati sarà depositata in Procura nelle prossime ore. Nei giorni scorsi, invece, il primo cittadino aveva scritto al prefetto Antonio Nunziante, ricostruendo quanto da lui stesso fatto (a partire dal suo recente insediamento) e chiedendo un suo intervento per arrivare alla soluzione del problema. La risposta del prefetto non si era fatta attendere: a seguito di una riunione tecnica, aveva scritto al ministero dell'Interno, richiedendo dei fondi (che sarebbero prelevati dal capitolo "Mare nostrum") per superare l'impasse del patto di stabilità, al quale è soggetta l'amministrazione comunale. Nel frattempo, si stanno valutando alcune ipotesi di destinazione, tutte però nell'alveo degli immobili di proprietà comunale. Scartate infatti le altre ipotesi, come quella della caserma "Milano", di proprietà del Demanio militare e, soprattutto inagibile. E, improponibi- le, almeno per il momento, lo sgombero coatto: «Non vogliamo i manganelli aveva dichiarato Nunziante quelle persone meritano il rispetto totale ». Il tempo intanto trascorre, tra sopralluoghi, accertamenti e indagini, mentre si approssima la data di scadenza per la consegna dei lavori, il 30 giugno 2015, termine ultimo per non perdere gli 8 milioni di fondi Pon. «A quest'ora il contratto doveva essere già stipulato e l'impresa all'opera. Tanto più che aveva avvertito Maria Carolina Nardella, direttore regionale per i Beni culturali della Puglia prima di avviare la cantierizzazione sono indispensabili degli approfondimenti necessari per le eventuali integrazioni al progetto esecutivo». Né in attesa che sia trovata una soluzione per accogliere i migranti è possibile cominciare i lavori dal castello: se Santa Chiara non è pronta, infatti, non vi si possono trasferire gli uffici oggi "parcheggiati" nel maniero normanno svevo. E il rischio non è soltanto che la città perda il tesoretto di 8 milioni di euro, ma che aveva evidenziato l'architetto Emilia Pellegrino, responsabile unico del procedimento la mancata consegna di Santa Chiara esponga la direzione per i Beni culturali a un'eventuale richiesta risarcimento danni da parte dell'impresa Resta». Nel frattempo non è passato giorno, o quasi, che la direttrice Nardella, e lo stesso soprintendente ai Beni architettonici, Salvatore Buonomo, non abbiano preso carta e penna sollecitando Prefettura, Procura e Comune di Bari, nonché il ministro Dario Franceschini, perché si intervenga e liberi Santa Chiara. Trovare un "colpevole" in questo puzzle di responsabilità sarà, a questo punto, cosa ardua. Sempre che la collocazione dei 300 ospiti in un'altra struttura non metta provvidenzialmente il punto all'intera vicenda.