Centodieci anni ci sono voluti per vedere una donna dirigere la Biennale d'arte di Venezia. Centodieci anni, il passaggio di secolo (anzi di millennio) per osare finalmente questo passo temerario. Che deve essere apparso talmente spericolato da decidere che, se donna doveva essere, era più prudente nominarne due. Due spagnole, tra le più esperte e collaudate al mondo, che per curriculum ed età di Biennali ne potevano fare tre o quattro anche da sole. Perché di certo non si sarebbe spaventata l'elegante, controllata e apparentemente algida, Maria de Corral dopo aver diretto per dieci anni il settore delle arti visive della Fondazione La Caixa (1981-91 ), dopo essere stata a capo per cinque del Museo Reina Sofia di Madrid (1991-94) e aver recentemente accettato un nuovo progetto per la costruzione di un museo ex novo nella città di Santander in Spagna. Né avrebbe avuto dubbi Rosa Martinez: estroversa, dinamica, vera forza della natura che di biennali ne ha dirette a lungo più d'una (Barcellona dal 1988 al 1992, Istanbul nel 1997 e Santa Fé 1999), per non parlare dell'infinito elenco mostre, libri, convegni ed eventi che sarebbe noioso qui elencare. Ma con le donne non si è mai tranquilli. E allora "Divide et impera", come ci hanno insegnatogli antenati (maschi). Poiché lo schema risulta ancora più complesso dal varo di un progetto triennale voluto dal presidente Davide Croff (nella bufera per la mancanza di un padiglione italiano). Un progetto che si completa grazie alla presenza di un terzo direttore, uomo questa volta: il critico statunitense Robert Storr già nominato a guidare (da solo) la Biennale del 2007, ma che per il momento, visti tempi e budget ristretti, ha preferito limitarsi a organizzare nel ruolo di direttore in pectore un grande simposio per dicembre 2005 su un tema tipo «dove e a cosa è arrivata l'arte contemporanea oggi». Invece le due signore - come si legge giustamente nel comunicato stampa - «hanno accertato la sfida». Perché le donne sanno far miracoli e due curatoci al loro livello possono moltiplicare pani e pesci e camminare sull'acqua (cosa sempre utile in Laguna). Così ecco la Biennale al femminile divisa in due grandi esposizioni: una ai Giardini a cura di Maria de Corrai dal titolo "L'esperienza dell'arte", l'altra di Rosa Martinez all'Arsenale "Sempre un po' più lontano". La prima con 42 artisti, l'altra 49: molte donne ma più uomini. Due mostre che promettono uno sguardo nuovo, un recupero di un linguaggio polìtico e al tempo stesso intimo, un approccio al mondo e al mondo dell'arte che non vuole dividere alto e basso, uomini e donne, paesi ricchi e paesi poveri. Due mostre e una Biennale che non saranno né femministe né femminili, ma nelle intenzioni di tutte e due le curatrici semplicemente più vicine alla nostra vita. Dopo più di un secolo una direzione femminile alla Biennale d'arte. Come avete reagito alla bizzarra proposta di vedere due direttrici nel posto che è sempre appartenuto a un solo direttore? Rosa Martinez, ridendo: «Sono orgogliosa di far parte di questa doppia svolta storica: siamo donne e siamo due. In 110 anni a nessun uomo è stato proposto di dividere la direzione». Voi invece avete accettato sia pur dividendovi nettamente il lavoro. Due mostre dai titoli molto aperti, "L'Esperienza dell'arte" e "Sempre un po' più lontano". Perché temi tanto ampi? Martinez: «Non è una novità. Anche le due Biennali di Harald Szeemann avevano una sguardo ampio sul mondo e parlavano di platea dell'umanità. Non si sta inaugurando concettualmente niente di diverso. Il mio titolo deriva da Corto Maltese ma riprende anche un testo di Samuel Beckett dove lui parla dell'esigenza di andare più lontano nello stanco cammino. Come dire che le discipline artistiche puntano a una reinterpretazione permanente, in senso metalinguistico di principi, in fondo eterni». Maria De Corral: «Credo che oggi sia difficile ridurre a rigidi temi o correnti la ricerca artistica. Non a caso gli artisti lavorano così massicciamente con uno strumento flessibile come il video che si presta meglio a rispecchiare la complessità del mondo, a parlare di potere, di problemi sociali, di nazionalismo o anche dell'intimità del privato. L'immagine è diventata talmente invasiva da far dimenticare l'importanza e la necessità della parola. Non a caso molti di questi video attraverso monologhi o interviste parlano proprio della relazione con la parola, dell'uso della parola nei meccanismi di potere». Potere maschile? Sarà una Biennale femminista e politicamente corretta? De Corral:«Siamo oltre tutto questo. Io amo il dubbio. Amo la risposta che alla fine di una lunga discussione teorica Albert Camus scrisse a Jean Paul Sartre: "Bisogna lottare contro le ragioni del potere, ma è importante ancor di più lottare contro il potere della ragione". Amo quegli artisti che pur affrontando i grandi problemi del mondo hanno il coraggio di assumere un punto di vista personale, non hanno paura dell'intensità delle emozioni, dell'amore, delia nostalgia, della perdita. Fino a rendere le loro emozioni universali». Più che femminista, una biennale femminile... Martinez: «Solo perché questi sono concetti tradizionalmente associati alle donne? Da quando è nata la psicoanalisi le nostre più profonde emozioni sono un tema ricorrente nell'arte, dal surrealismo a oggi. L'arte ha sempre cercato i punti di contatto con la vita, fino a formalizzare i nostri più profondi sentimenti. Non c'è niente di nuovo tranne far fare un passo avanti alla nostra coscienza rispetto a temi come l'amore, il corpo, le valenze politiche». De Corral : «Per esprimere questo non è necessario essere né donne, né femministe. Quando parlo di nostalgia parlo dell'emozione che coglieremo nel film di Tacita Dean che ha per protagonista un edificio a Berlino o dell'installazione dell'argentino Jorge Macchi che ricostruisce una discoteca vuota, illuminata da glaciali luci al neon come spazio abbandonato che ha perso tutta la sua vira». Eppure nel recupero di temi come nostalgia, perdita, passione il contributo delle donne artiste è stato determinante. Martinez: Fondamentale: ha trasformato il privato in politico ci ha insegnato che l'intimità non esiste, che anche il sesso ha valenze politiche e ha rivoluzionato il linguaggio artistico. Così da una parte vedremo all'opera le Guerrilla Girls che stanno già lavorando nei musei veneziani contando le presenze femminili (quante nelle sale espositive, quante nei depositi), dall'altra artiste che attraverso la performance hanno ricomposto arte e vita, altre che hanno abolito per sempre la separazione fra arte minore e maggiore, recuperando tecniche tradizionali come il ricamo o il cucito, tanto che ora anche gli artisti maschi hanno il coraggio di usare ago e filo. Questo sarà il filo rosso della mia mostra: Corto Maltese e Beckett, il sogno romantico e l'impossibilità del romanticismo, artisti che fluttuano fra speranza e impotenza, ottimismo e melanconia». Ma come spiegate che nelle vostre due mostre gli uomini sono ancora una volta numericamente superiori alle donne? Martinez: «Nella mia solo tre di più. Comunque è Io specchio della realtà sociale. Gli uomini producono di più, non sono lessione distratti da maternità, storie d'amore, cura della casa. Sono lo specchio di un sistema economico e ideologico che premia gli artisti maschi, bianchi americani, inglesi e tedeschi. Sono loro ad occupare il 90 per cento delle vendite nel mercato artistico». De Corral: «Io credo che la cosa interessante non siano le quote numeriche, ma l'approccio. Viviamo in un mondo sopraffatto da un eccesso di spettacolo, dove essere contemporaneo significa fare cose enormi, produrre effetti speciali, stordire il visitatore. Vorrei che in questa mia mostra invece emergano dei momenti di riflessione, che le opere si depositino, che tornino in mente il giorno dopo, che si abbia voglia di tornare a vederle». Due curatoci, due approcci simili ma diversi, due esposizioni separate fisicamente. Non c'è il rischio che ci troveremo di fronte a due mostre invece che a una Biennale? Martinez: «Per ora stiamo lavorando a due mostre complementari e differenti. Ma preferisco rispondere dopo l'inaugurazione alla domanda se questo nuovo modello sia davvero una biennale». De Corral: «Abbiamo accettato questa sfida. Cinque mesi non bastano neanche a chiedere prestiti a musei intemazionali, ce ne vogliono almeno sei. Ma ho pensato che fare una mostra è fare le cose possibili, lavorare con quel budget e con quel tempo. Così ho a lungo passeggiato da sola nei giardini, ho immaginato cosa fosse meglio per il visitatore, ho fatto chiudere porte, ne ho fatte aprire altre. Ho cercato di rispettare gli artisti e il pubblico in una situazione piena di limiti. Ma in quanto donne siamo abituate a lavorare con la realtà». L'altra metà dell'arte Anche i maschi parlano femminile colloquio con Lea Vergine All'inizio fu lei, Lea Vergine e la sua mostra "L'altra metà dell'avanguardia" a rivelare al mondo nel 1980 che Varvara Stepanova non era solo moglie di Rodcenko, che Dora Maar aveva fatto altro nella vita oltre a piangere nei quadri del suo amato Picasso e che da Frida Kahio (allora semisconosciuta) a Carol Rama (non ancora celebrata) la storia dell'arte aveva nascosto e segregato decine di grandissimi talenti. Tutti femminili. Oggi quel catalogo ricompare in forma di libro grazie alle edizioni II Saggiatore, per testimoniare attraverso 114 artiste la storia di un'avanguardia che dal 1910 al 1940 lavorò in segreto a una vera rivoluzione. Da pioniere a protagoniste: mai come oggi ci sono state tante donne sulla scena dell'arte. Lea Vergine, un tale successo a cosa si deve secondo lei? «La forza delle donne nell'arte è un misto di disobbedienza e autoironia. Non esiste donna artista, o letterata o musicista che pur amando appassionatamente il suo lavoro, non sappia che non è l'assoluto della vita. E il non dividere mai vita e lavoro, questo fare continuo e diverso che accompagna l'intera giornata, tipico delle donne, ha reso possibile introdurre nell'arte l'intero ciclo della vita. Quando Mona Hatoum mostra una culla con un coltellino ci dice che la culla è cosa meravigliosa ma costa una fatica sanguinolenta». È ancora il privato che diventa politico? «O viceversa. Le artiste americane degli anni Ottanta come Barbara Kruger o Jenny Holzer ci hanno dimostrato invece che si possono affrontare senza ideologia temi sociali come l'Aids, il razzismo, la differenza fra i sessi. La politica nelle donne artiste non è mai ideologica o partitica, piuttosto affonda radici nel significato originario: polis, civiltà». E gli artisti uomini come hanno risposto a tanta rivoluzione? «Come tutti i maschi vessati da secoli che finalmente stanno imparando ad accettare il loro lato femminile, che non significa femminesco». A distanza di 25 anni rifarebbe "L'altra metà dell'avanguardia"? «Oggi metterei in mostra gli uomini».