Mina Gregori: ma i pigri italiani ci vanno solo se c'è una mostra Di una signora l'età non si dice. Ma per una studiosa, ancora in prima linea, sarà un'eccezione. La professoressa sorride, mentre dà le spalle al lago d'Iseo immerso fra le nuvole. Quest'anno ha compiuto novant'anni. «Sto ancora benissimo. Solo un leggero mal di schiena, sarà il tempo». Mina Gregori, elegante e leggera come una delle «sue» opere d'arte, trascorre ogni anno il mese d'agosto a Solto Collina, nella bergamasca. Una pausa da Firenze, dai libri d'arte infilati negli scaffali della sua biblioteca e di quella del Kunsthistorisches Institut, «la più importante al mondo per gli studi di storia dell'arte italiana. Ho studiato un anno anche negli Stati Uniti, ma se vuoi trovare quanto serve in questo settore, devi andare a Firenze». Un amore, quello per l'arte, approfondito come allieva di Roberto Longhi e durato tutta la vita, così come per i dipinti, sui quali ha posato gli occhi celesti da ragazzina e non li ha più tolti. Di lei, massima autorità nel campo dell'arte dal Cinquecento al Settecento, in particolare lombarda e toscana, si dice che senza la sua approvazione nemmeno un Caravaggio sia Caravaggio. Una sua valutazione può rimettere in discussione i pareri di illustri storici e critici d'arte. Assidua frequentatrice della pittura lombarda, ha grande conoscenza dell'area bresciana. Brescia, capitale della cultura. Un'opportunità e una sfida a cui si sta lavorando, grazie al decreto Franceschini per promuovere il patrimonio storico e artistico di questa grande città. Cosa ne pensa? «Una buona gestione del patrimonio figurativo ha risvolti importanti sia nell'ambito economico che in quello della divulgazione culturale. Bisogna far sì che i visitatori approfondiscano i territori e questa potrebbe essere un'ottima occasione. D'altronde Brescia, come Bergamo, è una città di grande rilievo che viene subito in Lombardia dopo Milano: dovrebbe rendersene conto anche la Regione e valorizzarla». Qual è il ruolo di Brescia nel contesto culturale italiano? «È una città di confine, storicamente non troppo vicina a Venezia e nemmeno a Milano. Ha quindi potuto sviluppare una cultura autonoma e diventare un centro di grande sviluppo culturale. E questo a partire sin dal Cinquecento: molti artisti la frequentavano. Persino Giovan Battista Moroni, che era bergamasco, la scelse come città di studio». La recente mostra «Moretto, Savoldo, Romanino, Ceruti» ha registrato quasi 25 mila visitatori. «Brescia ha dato riprova di essere una città estremamente generosa e può vantare un collezionismo di alto livello. Questo genere di mostre d'arte è molto apprezzabile: permette di conoscere nuove opere e suggerisce itinerari nel territorio a chi è già avviato al mondo della cultura ma anche ai nuovi fruitori. La nostra civiltà del resto si regge sulla fioritura artistica e Brescia ne è un esempio sin dalla fine del Quattrocento, basti pensare a Vincenzo Foppa». Le mostre hanno quindi ancora un ruolo fondamentale nella promozione del patrimonio culturale? «Certo. Gli italiani sono pigri e nei musei ci vanno solo se c'è una mostra. Ormai è un dato di fatto e dobbiamo partire da qui». Salvatore Settis ha scritto che i "musei muoiono e come molte creazioni culturali possono essere giunti a conclusione." È d'accordo? «Io credo che dai musei passi la valorizzazione del patrimonio culturale, perché nascono per conservarlo. Ma devono saper valorizzare questo patrimonio, magari proponendo mostre tematiche, legate a una singola opera o a singoli episodi da sviluppare e attorno ai quali costruire l'interesse. Dai musei, i visitatori potranno spostarsi per scoprire la città che sta attorno». Cosa ne pensa delle nuove modalità di gestione culturale che poggiano sul rapporto pubblico-privato e su una visione manageriale delle politiche di sviluppo? A Brescia, ne è un esempio la Fondazione Brescia Musei. «Ci proverei. Il pubblico da solo non ha mai dato grandi prove. Una gestione mista è più rapida e coinvolge entità che ne traggono beneficio. Certamente è un gioco di do ut des che deve essere studiato e offrire vantaggi per entrambe le parti». Brescia e la Valle Camonica, siti Unesco: come promuoverli? «Studierei un percorso che unisca la città alle aree periferiche, unendo i due siti in un itinerario unico, che porti i visitatori anche nei luoghi di villeggiatura. Bisognerebbe creare un progetto promozionale con a capo una commissione di esperti che suggerisca i temi da seguire. Ma la commissione deve essere gratuita! I costi vanno contenuti». Una commissione che programmi modalità di promozione e di visita? «Deve essere elaborato un progetto che guardi a una distanza di almeno cinque anni e preveda una serie di proposte da sviluppare lungo un percorso programmato, avvalendosi anche di collaborazioni internazionali». Che ruolo avrebbero? «Si potrebbe invitare un museo americano, ad esempio Los Angeles, a prestare un'opera e mostrarla anche qui. Sarebbe una duplice pubblicità per entrambe le città. Oppure promuovere fra il pubblico il restauro di una chiesa, far conoscere i dettagli e i futuri sviluppi. È importante tenere sempre viva l'attenzione e coinvolgere in questo le nuove generazioni». La Pinacoteca di Brescia dovrebbe riaprire nel 2018 dopo i restauri. Rispetto a questa collezione lei ha curato l'introduzione del volume "Da Raffaello a Ceruti. Capolavori della pittura dalla Pinacoteca Tosio Martinengo». Come tener viva l'attenzione sulle vicende di questo luogo? «Creerei un percorso di anticipi e anteprime da qui fino alla data di riapertura. Una mostra dedicata a un'opera particolare, un convegno di studi sui restauri: attività minori e collaterali che preparino all'evento finale e intanto coinvolgano la comunità». Lei è presidente della Fondazione Longhi di Firenze. Potrebbe nascere una forma di collaborazione? «Da anni la Fondazione promuove borse di studio per giovani ricercatori di storia dell'arte e con esiti eccellenti. Certamente Brescia potrebbe essere coinvolta: si potrebbero proporre temi e autori bresciani da destinare a un giovane del luogo». Rimanendo in area bresciana: sta proseguendo i suoi studi sui nostri autori? «Ho in lavorazione due nuovi capitoli della monografia che ho dedicato a Giacomo Ceruti nel 1982. Uno riguarderà i dipinti ritrovati nelle chiese della Valcamonica (Artogne e Sonico, ndr). Uscirà entro Natale».