Le sorti del Musil, la cui realizzazione doveva o dovrebbe essere di grande importanza e prestigio per l'Amministrazione, ancorché non nominata nel regesto delle cose da fare nel recente bilancio pubblico della giunta, sembrano vivere ore decisive. Ma non già, a quanto è dato di capire, perché dipendano dagli umori e dall'intransigenza del progettista, come qualcuno maliziosamente suggerisce. Schuwerk ha già dato prova di disponibilità a ritoccare il progetto, e del resto si è espresso chiaramente nella recente intervista pubblicata sul Corriere . Per fare la sede centrale completa adesso ci vorrebbero circa 27 milioni di euro, ma sono venute meno le risorse che con l'accordo di programma del 2005 tra i Comuni di Brescia, Cedegolo, Rodengo, la Regione, la Provincia, il Ministero e l'Università erano in campo, i 22 milioni già suddivisi sulla carta per capitoli di spesa tra le tre sedi. Sui costi e sui tempi è difficile e tortuoso fare chiarezza e ricostruire un quadro complessivo che inquadri le ragioni di tutte le parti. Certo è che, dopo il concorso indetto nel 2003 con un budget che si sapeva già «tirato», soprattutto in rapporto alla conclamata volontà di massima conservazione delle strutture, sono intervenute nuove voci di aumento dei costi: per fare un esempio le nuove normative antisismiche, la richiesta di fare un tetto fotovoltaico, la «scoperta» del passaggio sotterraneo del fiume Grande, etc. Per quanto riguarda i tempi, dopo la proroga della scadenza del concorso di progettazione del 2004, c'è stata la necessità di attendere l'esito del ricorso di uno dei partecipanti, i tempi di validazione del progetto, le varianti al progetto esecutivo (consegnato la prima volta nel novembre del 2007), etc. Poi, inaugurate tra le macerie delle demolizioni la piazza dedicata a Luigi Micheletti e la piazza della Resistenza, è cambiata l'amministrazione. La malcelata estraneità quando non aperta opposizione della giunta Paroli all'idea stessa del Musil, che ha rischiato di compromettere la disponibilità degli altri soggetti coinvolti, ha trovato terreno fertile in una situazione economica generale drammaticamente cambiata e ha portato però anche al pettine nodi (apparentemente?) irrisolti, come quello dei costi di gestione. Con questo argomento il Comune ha fermato anche l'erogazione annuale di 50.000 euro (che non è ancora ripresa). Inutile comunque recriminare sugli errori del passato, il devastante operato della giunta precedente, ma forse anche la mancanza di solerzia e concretezza di chi li aveva preceduti. Nel frattempo ha aperto un Museo della scienza (il Muse) di 12.000 mq circa, con un progetto di qualità (Renzo Piano) su un'area industriale dismessa ( la ex Michelin) ai bordi del centro storico di una città di 120.000 abitanti (Trento). Non bastasse, nell'autunno del 2013, a salvare le sorti del morente polo fieristico di Brescia, l'entusiasmo del presidente della Camera di Commercio Franco Bettoni per la stampa in 3d e le teorie di Chris Anderson, ha incontrato la volontà di investimento di un operatore romano, Micromegas, un importante gruppo di comunicazione (che vanta tra i suoi clienti Enel e Finmeccanica): arriva «Nibiru Planet». Ci si è consolati dicendo che le due iniziative sono comunque ben diverse da ciò che dovrebbe essere il Musil: come dice il conservatore Mor, il Musil oltre al «ferro» ( i macchinari ) ha la carta (l'immenso archivio biblioteca della Fondazione Micheletti, nucleo della Galleria del '900); Nibiru Planet, quand'anche si realizzassero i numeri prospettati per i visitatori, sarebbe comunque un parco dell'edutainment , insomma «divertire stupendo» (e facendo pagare) più che «insegnare meravigliando», ma su questo rimando integralmente a quanto scritto da Carlo Simoni su queste colonne. Vero, ma viene il sospetto che comunque, oltre a togliere lo smalto della novità, il potenziale bacino di utenza sia comunque in parte eroso. Difficile pensare poi che la destinazione della Fiera, per quanto privata, non competerà fatalmente con altri per l'allocazione di risorse dirette o indirette (ad esempio l'estensione della metro). A questo punto e in questa contingenza economica non resta che realizzare il Musil gradualmente. Ma su come debbano essere definiti gli stralci e chi li debba gestire si apre la partita. Il compartista privato ha fatto quanto previsto, bonificando l'intera area del comparto, con una spesa complessiva di 38 milioni di euro e, tra le altre richieste (maggiori volumi) che non mette qui conto discutere, chiede giustamente al Comune di fare la sua parte: cioè il promesso «contenitore culturale» che «sarebbe un forte attrattore per la zona». Per realizzarlo prospetta, attraverso i suoi consulenti tecnici, una road-map basata su un nuovo progetto preliminare da realizzare a stralci attraverso appalti concorso (cioè appalti che lasciano all'impresa la progettazione definitiva ed esecutiva); ovvero, nel caso di indisponibilità di Schuwerk, la correzione del progetto da parte di uno studio bresciano. L'insofferenza per il progetto approvato si manifesta non solo nella pretesa di correzione ma anche nel reiterare la critica al progetto Schuwerk, secondo la quale si farebbe ricorso a materiali «stranieri, sofisticati e costosi», critica incomprensibile alla luce della normativa sugli appalti, ma spiegabile immaginando che il privato ipotizzi una gestione più «domestica» del progetto e dei lavori. La rinuncia del Comune alla biblioteca (che aveva velleitariamente voluto avocare a sé sottraendola alla Fondazione Micheletti) ha liberato spazi che, come ha detto il progettista, possono essere occupati da A2A, (magari sarebbe bello si insediassero laboratori di ricerca sulle bonifiche ambientali, così confermando ancora di più l'appropriatezza di funzione e sito che, sin qui, ha caratterizzato il progetto della sede centrale del Musil e altre sue realizzazioni come il museo di Cedegolo). Detto questo il Musil, se vuole mantenere la sua straordinaria importanza, per quanto a stralci, deve essere realizzato integralmente e secondo progetto, soprattutto museografico, originale. La ragione principale per cui il Musil va fatto non è tanto perché altrimenti il comparto Milano resterebbe incompleto, privo di un elemento attrattivo quale che sia, ma è che la rigenerazione urbana di questa parte di città non è disgiunta da ciò che è il progetto culturale del Musil, la sua ragion d'essere. In sintesi: se si tratta di riempire un vuoto, c'è comunque differenza tra tappare una falla e mettere al posto giusto la tessera di un mosaico. Non sembra francamente il caso di ripartire da zero buttando i soldi già spesi, che sono già considerevoli, il tempo (più di dieci anni), e soprattutto il lavoro già fatto per andare verso esiti certo meno esemplari. Non sembra il caso neppure di perseguire qualsiasi altra ipotesi che rimetta in gioco radicalmente il progetto, dalla «correzione» da parte di uno studio locale al ricorso ad appalti integrati più piccoli e «gestibili» localmente; anche se perseguita in buona fede, questa metterebbe in forse l'esistenza del museo e comprometterebbe la credibilità dei decisori.