«Opera di un demente». Il critico Philippe Daverio smonta l'ipotesi che a trafugare le tre tavole tardo-quattrocentesche dalla Pinacoteca del Castello Sforzesco sia stato un intenditore. Tantomeno è invece la linea di Palazzo Marino che si tratti di un furto su commissione. «Un classico insiste Daverio . Chi li ha sottratti pensava di trarne chissà quale guadagno, senza sapere che non hanno mercato. Il fatto che siano noti fa sì che non possano circolare». Difficile, se non impossibile, riuscire a piazzare i tre dipinti di piccolo formato: tracciabili e poco redditizi. Tant'è. Ammesso che il ladro riuscisse a venderli, ne ricaverebbe ben poco: «Non più di mille euro, avrebbe fatto prima a rubare una catenina». E però, tra i «Lupin dell'arte» capita spesso che all'efficacia nel progettare il piano non corrisponda l'expertise. Improbabile che dietro il colpo si nasconda un collezionista appassionato del genere? «Ma va, è una dichiarazione naïf il critico non ha dubbi romantica e inconsistente. Il Comune non vuole ammettere le proprie responsabilità, ma tutelare le opere è compito dell'ente preposto». Già, la sicurezza: la ritiene insufficiente? «Che i dipinti non fossero protetti da un sistema d'allarme o sorvegliati dalle telecamere non è un bel segno. Se il ladro conosce il cono d'ombra, la falla nel sistema fa il suo lavoro, ma chi sta dall'altra parte non può permettersi disattenzioni». Gli strumenti di controllo, anche in vista di Expo, vanno potenziati? «Di sicuro, è un tema da approfondire». Concorda con il ritratto del predatore di bellezza, più abile nel dileguarsi senza lasciare traccia che nel riconoscere i capolavori, Claudio Salsi, direttore di settore della soprintendenza (Castello, Musei archeologici e storici): «Le tavole sono molto note nel contesto della Pinacoteca, sono pubblicate nel nostro catalogo... chi ha agito, evidentemente, le ha sovrastimate non sapendo che sul mercato antiquario valgono poco». A differenza di Daverio, Salsi non boccia del tutto l'ipotesi, suggestiva, del colpo mirato. Il committente? «Magari un feticista che possiede una serie di pezzi e vuole a tutti i costi completare la raccolta». Come ricostruzione non le sembra un po' fantasiosa? «Tutt'altro, il mondo dell'arte è pieno di seriali». Tipo? «Quelli che collezionano solo ali di angeli, ad esempio». Veniamo al sistema di vigilanza: cosa non ha funzionato? «Non possiamo dotare ogni singola opera di dispositivo antifurto. I quadri rubati, tra l'altro, erano in una posizione scomoda, nascosta... Prima d'individuare l'obiettivo, il ladro deve aver studiato bene la scena». Il Comune precisa che «sono oltre 940 le telecamere per il monitoraggio delle opere d'arte nei musei civici», e in particolare al Castello sono 270: «Le misure di sicurezza sono in linea con gli standard internazionali». Quel che è certo è che il ladro ha agito indisturbato, malgrado la grande affluenza di pubblico: 25 mila visitatori a luglio, altre diverse migliaia ad agosto. Troppo concentrati sull'esperienza estetica, forse, per accorgersi di chi, con un rapido colpo di cesoia, trafugava il trittico sotto il loro naso.