SI chiama Palazzo Barberini la prima gatta da pelare che il nuovo Ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione trova in questi giorni sul suo vasto tavolo di lavoro. I fatti sono noti, ma vale la pena di riassumerli brevemente. Costruito negli anni Venti e Trenta del Seicento da architetti come Maderno e Bernini per la famiglia di papa UrbanoVIII, il palazzo (uno dei più prestigiosi di Roma) rimase in proprietà Barberini fino al 1949. Aggiungevano lustro alla splendida architettura le collezioni d'arte, che come quelle delle principali famiglie romane si preservavano intatte a causa del vincolo fidecommissario, confermato per legge del Regno dopo la fine dello stato pontificio. Quello stesso vincolo ha assicurato fino ad oggi la conservazione di raccolte importantissime, per esempio la Doria Pamphilj, rimasta in proprietà della famiglia, o la Borghese, acquistata dallo Stato un secolo fa. Diversa fu la sorte della collezione Barberini: un discutibilissimo Regio Decreto del 26 aprile 1934 aboliva il fidecommesso, e consentiva la vendita di statue e quadri. Presero così la via di musei stranieri quadri di Dürer, Caravaggio, Guido Reni, Guercino, Poussin, e di quel «maestro delle Tavole Barberini», ora riconosciuto in fra' Carnevale, a cui Brera e il Metropolitan hanno dedicato pochi mesi fa una mostra importante. Nel 1949 Palazzo Barberini fu acquistato dallo Stato per collocarvi la Galleria Nazionale d'Arte Antica, per la quale le sale di Palazzo Corsini, dopo l'aggiunta di importantissime collezioni [Torlonia, Chigi, Odescalchi, Colonna di Sciarra, e pochi quadri Barberini, come la Fornarina di Raffaello) non bastavano più. L'idea era semplice: dare alla capitale d'Italia quella grande galleria d'arte antica che non manca in nessuna capitale europea, ma a Roma c'è soltanto nei Musei Vaticani. Poiché le collezioni ci sono ecco me, si trattava di trovare una sede adatta, e Palazzo Barberini, collocato nel cuore di Roma, sembrava e sembra più che adeguato. C'era tuttavia un ostacolo: i Barberini avevano concesso in affitto, nel 1934, una cospicua parte del loro palazzo al Circolo Ufficiali delle Forze Armate. L'affitto scadeva nel 1953, e un ordine del giorno della Camera invitava il governo nel 1952 a «procedere con la massima energia per ottenere lo sgombero dei locali di Palazzo Barberini, che in conformità del programma da lungo tempo stabilito dovranno servire a un decoroso collocamento della Galleria Nazionale». Cominciava così il lungo braccio di ferro fra ministero della Difesa e ministero dell'Istruzione (poi dei Beni culturali), che dura fino ad oggi. Nel 1953, il governo mostrò scarsissima energia, e anzi rinnovò la concessione al Circolo Ufficiali per altri dodici anni (perché avesse il tempo di cercarsi un'altra sede), ma alla nuova scadenza (1965) il Circolo non traslocò. La convenzione non venne rinnovata, ma il Circolo restò e resta nei locali del palazzo, senza nemmeno corrispondere un canone di locazione. In compenso, i locali del Circolo venivano sempre più spesso affittati per feste e ricevimenti privati, i cui introiti non vanno allo Stato (proprietario del palazzo), bensì al Circolo. Intanto la Galleria Nazionale, ristretta in un'ala di Palazzo Barberini, è in grado di esporre solo il 20 per cento delle proprie collezioni (fra i quadri esposti, Caravaggio e un'imponente serie di caravaggeschi, ma anche Raffaello, Holbein, El Greco, Poussin, Annibale Carracci). Cinquant'anni di braccio di ferro sono tanti, ma i nostri Ministeri hanno una tenacia che sfida i secoli e travalicale persone, come dimo-stra una piccola storia (autentica). Nel 1974 Giovanni Spadolini, primo ministro dei Beni culturali, scrisse al suo collega della Difesa una vibrante lettera in cui chiedeva perentoriamente l'immediato sgombero dei locali per potervi espandere la Galleria. Ma il governo cadde poco dopo, e nel successivo Spadolini passò alla Difesa: e in qualità di ministro della Difesa rispose a se stesso rifiutando la consegna dei locali. Il primo ministro ad affrontare il tema con la debita energia fu Walter Veltroni: dopo negoziati non meno ardui di quelli fra Stati Uniti e Cina al tempo di Nixon, il 6 febbraio 1997 i ministri della Difesa e dei Beni culturali firmarono alla Presidenza del Consiglio un dettagliatissimo protocollo d'intesa, secondo il quale la destinazione di tutto il palazzo a Galleria era collocata nel quadro dei rinnovamenti urbani per il Giubileo 2000. Il ministro della Difesa (Andreatta) si impegnava a spostare il Circolo Ufficiali nella Palazzina Savorgnan di Brazzà e in altre pertinenze dello stesso Palazzo Barberini, una volta che fossero stati restaurati. Per le attività di rappresentanza della Difesa saltuariamente svolte in Palazzo Barberini, Veltroni impegnava il suo ministero a concedere gratuitamente per 50 giorni l'anno alcuni prestigiosi locali, e la Presidenzadel Consiglio a concedere per 30 giorni l'anno la Casina dell'Algardi in Villa Pamphilj. La concessione al Circolo Ufficiali della palazzi Savorgnan non fu indolore: in essa infatti erano collocati uffici della Soprintendenza e laboratori di restauro, che però subito furono trasportati altrove. I lavori di adeguamento della nuova sede del Circolo furono iniziati presto, e si concluderanno fra pochi mesi. Siamo dunque vicini alla fine della storia? Tutt'altro. Con una recente lettera indirizzata a Giuliano Urbani, l'attuale ministro della Difesa Antonio Martino contesta l'accordo del 1997, in quanto stipulato da uno schieramento politico «di principio non favorevole alle Forze Armate». Il Circolo Ufficiali, secondo Martino, fu allora «estromesso» dalla sua sede naturale; l'accordo ebbe natura solo «virtuale» e «pubblicitaria», e non è più attuale dato il nuovo prestigio delle Forze Armate e la conseguente «accresciuta necessità comunicativa e di rappresentanza istituzionale». In tutta Roma, conclude Martino, non esiste alcun edificio che sia degno del Circolo Ufficiali, se non Palazzo Barberini, del quale chiede anche il giardino, onde assicurare la comunicazione con la Palazzina Savorgnan: l'esito dell'operazione sarebbe dunque, stando a lui, lo sfratto (già avvenuto) dei laboratori di restauro e degli uffici di Soprintendenza per espandere gli spazi destinati al Circolo Ufficiali. A quel che pare, per il ministro Martino l'esigenza di dare a Roma un grande museo è «di sinistra», per la destra sono più importanti i circoli degli ufficiali. Intanto, dal 1997 ad oggi si sono impegnati e spesi alcune decine di milioni di euro nel trasloco dei laboratori di restauro, nel rifacimento della palazzina Savorgnan, nei lavori sullo stesso Palazzo Barberini in vista della sua destinazione museale. Intanto, alcune migliaia di dipinti e sculture (fra gli altri, Pietro da Cortona, Tintoretto, Bernini) attendono nei depositi, con scandalo di chiunque ne sia a conoscenza nel variegato e sempre più ampio museum world, in Italia e fuori d'Italia. Questa vicenda non è solo un caso grottesco di conflitti di competenza. Essa disonora l'Italia, che nel 1949 compra Palazzo Barberini per destinarlo a museo e nel 2005 non riesce ancora a farlo. Che manca, a 135 anni da Porta Pia, di un'adeguata Galleria d'arte antica nella sua capitale. Gli ufficiali delle nostre Forze Armate sono spesso persone di grande cultura e sensibilità istituzionale: dovrebbero essere i primi a capire che chi ci perde in questo braccio di ferro non è né la Difesa né i Beni culturali, né la destra né la sinistra. Chi ci rimette è l'Italia, la sua capitale, la buona reputazione del nostro Paese. Perdenti sono i quadri condannati nei depositi, perdenti i cittadini e i turisti, a cui il pretestuoso «diritto acquisito» del Circolo ufficiali impedisce divedere migliaia di opere d'arte. Perdente lo Stato, che si consuma in lotte intestine fra un ministero e l'altro.
la Repubblica
6 Maggio 2005
✓ Entità verificate
IL MUSEO CANCELLATO - Un nuovo stop nella vicenda di Palazzo Barberini a Roma, occupato dalle Forze Annate
SA
Salvatore Settis
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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