Firenze, 24 agosto 2014 - CARO DIRETTORE, sono appena rientrato da Londra e lì ho visitato la National Gallery. Non mi sono stupito quando ho visto che in ogni sala c'è un addetto pronto a intervenire in caso qualche visitatore osasse fare una foto. Mi sono invece molto stupito quando ho saputo che da qualche tempo nei musei italiani si possono scattare foto a volontà. Credo sia un passo indietro. Fedele Ricordi, Firenze Risponde il vicedirettore Mauro Avellini QUESTA STORIA delle foto libere nei musei serve solo a evitare al personale il fastidio dei controlli. Non tutti i soprintendenti sono favorevoli. L'autorizzazione viene data, in base al recente decreto, «per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale». Tutte cose che invece la stragrande maggioranza dei visitatori volutamente ignora. Il popolo del «selfie» immortala, registra, archivia se stesso ma in contesti che sono avulsi dalla bellezza e dal silenzio dell'arte che commuove e incanta. I turisti multimediatici si guardano allo specchio che riflette una sola immagine: la loro. Creano non-luoghi dove l'opera è sempre in secondo piano. Se li interroghi dopo una settimana non sanno nemmeno che hanno visto e dove l'hanno visto. I capolavori non possono parlare ma di sicuro, da questi, non si farebbero mai fotografare, per non farsi rubare l'anima.
Foto libere? Roba da museo
Il vicedirettore della Galleria degli Uffizi, Mauro Avellini, ha espresso la sua disapprovazione per la possibilità di scattare foto a volontà nei musei italiani. Secondo lui, questa pratica serve solo a evitare ai personale i controlli e non è in linea con lo spirito dei musei. Avellini sostiene che la maggioranza dei visitatori non ha interesse a studiare o apprezzare l'arte, ma piuttosto a scattare foto per il proprio piacere personale. Questo, a suo parere, crea un ambiente non rispettoso e distaccato, dove l'opera d'arte è secondaria rispetto al proprio desiderio di essere immortalati.
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