HO UN mio personale test, o prova del nove, per stabilire l'eventuale affinità elettiva con il visitatore in vacanza a Palermo che si affida al mio dilettantesco ciceronaggio. Il mio tour cittadino, anziché dai luoghi canonici dell'itinerario arabo-normanno o barocco o magari Liberty, ha inizio, con clamorosa divagazione periferica, dalla Palazzina cinese, insospettabile e pregiata anomalia alla sostanziale sobrietà della Piana dei Colli. La reazione dell'ospite di fronte a questo sorprendente e spiazzante testimonianza artistica è spesso rivelatrice. Se egli si fa vincere da un sentimento di affascinata meraviglia, allora è un soggetto con il quale sarà possibile intrattenere un dialogo fatto di complicità culturali. Se al contrario resterà indifferente o addirittura un po' infastidito dalla (fraintesa) bizzarria della costruzione, fino a considerarla come una sorta di grande bomboniera kitsch, allora ogni sintonia sarà impossibile. Il discrimine è dato dunque dalla convergenza o dal contrasto tra la percezione di una strutturale stravaganza e quella di una raffinata grazia estetica. Bellezza e bizzarria sono appunto i poli convergenti entro i quali si dispiega la lezione raffinatissima del grande Mario Praz. In verità la stranezza del luogo, che ha tanta parte nel suo singolare incanto, viene un po' ridimensionata allorché si procede a collocarla in una dimensione storica, ossia la fine del XVIII secolo e i primi del XIX, un periodo di armoniosi contrasti in cui un certo gusto per le "cineserie" s'integrava con il prevalente orientamento neoclassico. Ma certamente l'intento di suscitare stupore era messo in preventivo dall'architetto Venanzio Marvuglia e dai suoi collaboratori, e lo si scorge per esempio nei trompe l'oeil che affrescano gli interni o nei congegni meccanici della sala da pranzo, ma anche, in generale, nell'esibizione di un eclettismo esotico di ostentata teatralità. Tutta la fabbrica sembra avere lo scopo specifico di destare una sensazione di sbalordito disorientamento. La Cina in Sicilia! Quale paradossale commistione di culture! Ma anche questo tipo di spettacolarizzazione non era insolito. L'eruditissimo Praz ci ha spiegato infatti che nei «parchi settecenteschi del genere alla cinese o all'inglese, del genere insomma pittoresco», i giardinieri erano soliti predisporre un «limite invisibile» basato su una illusione ottica. Tale tipo di ingannevole barriera, «per l'esclamazione di sorpresa che soleva produrre nel visitatore, si chiamava l'Ha-ha o Aha». In verità il giardino della nostra Casina alla cinese, posto sul retro e quasi nascosto, è un normalissimo quadrilatero organizzato geometricamente "all'italiana", e lo spazio verde antistante è di una ancora più semplice simmetria. Nessun labirinto, nessuna trappola prospettica. L'Ha-ha è provocato invece dall'audacia architettonica della piccola reggia campagnola voluta da re Ferdinando IV di Borbone, cacciatore e donnaiolo, forzato esule dalla sua Napoli in mano ai rivoluzionari re- pubblicani filofrancesi. V'è da dire che il tema cinese era preesistente. Sorgeva infatti in quel remoto angolo della Favorita un padiglione di caccia che apparteneva al barone Benedetto Lombardo della Scala, di cui, in base a una descrizione che ne fece Léon Dufourny e a una gouache del pittore Pietro Martorana, sappiamo avesse fattezze orientaleggianti, con otto tetti a padiglione, incappellati per l'appunto alla cinese. Si trattava di una piuttosto squadrata costruzione in muratura, ma con vezzosi ballatoi lignei, che evidentemente dovette incontrare il favore di Ferdinando, il quale diede incarico al Marvuglia di riformarla, edificando in sua vece una palazzina più consona agli agi di un monarca, ma che mantenesse il gusto esotico del modello originale, allora peraltro molto apprezzato alla corte borbonica. I lavori ebbero dunque inizio nel 1799, mentre il secolo dei Lumi si spegneva e il Ro- manticismo, con le sue inquiete fantasie, moveva i primi passi. Tipicamente eclettico, l'edificio mantiene un'aggraziata armonia, dovuta soprattutto alle limpide forme del pronao, che quasi stride con la vivacità dei colori, tra l'ocra e il rosso, oggi languidamente sbiaditi, e trova slancio nelle torrette laterali, con le scale a chiocciola, che si devono alla perizia tecnica del capomastro Giuseppe Patricola. Come una matroska, o per l'appunto una scatola cinese, la costruzione racchiude all'interno i suoi misteri e i suoi tesori. Intanto le bellissime decorazioni parietali, con mandarini e altri notabili cinesi affacciati a un'illusoria ringhiera come nell'atto di squadrare dall'alto i basso i saloni e i loro occupanti. Il simbolo del pavone presiede a tanto sfarzo rievocato dal pittore Giuseppe Velasco con delicatissimo gusto scenografico. Ma molti altri artisti concorsero alle raffigurazioni, che con disinvolto sincretismo passano dalle turcherie al repertorio pompeiano e mitologico, allora assai in voga sull'onda del nuovo interesse archeologico, passando per la finta rappresentazione di ruderi ricoperti di muschio. Questa varietà tematica e stilistica accresce l'effetto ludico-plateale dell'insieme. Tutto sembra assumere l'aspetto di un gioco, a cominciare dalla "tavola matematica", col suo ingegnoso sistema a saliscendi per le portate, fino ai sottopassaggi, forse intesi come precauzionali vie di fuga o forse come tunnel dell'amore predisposti dal monarca fedifrago. E tutto sa di commedia e carnevale, di messa in scena in una corte in miniatura, adibita all'ozio venatorio e sensuale, di un regno piccolo piccolo, che col nuovo secolo è entrato nel tempo inesorabile della sua dissoluzione. La Palazzina cinese è il luogo dove la caratteristica inclinazione di Palermo al melodramma in pompa magna assume la leggerezza della fiaba e spicca il volo su ali di farfalla. Ma anche dove le velleità di capitale prendono le fattezze, pur eleganti, di una farsa in costume. Qui, come in un balletto, si recita in assoluta futilità la fine di un'epoca. Si compie una dissipazione, in cui convergono per una volta il gusto per lo scialo napoletano e quello palermitano, in una specie di operetta alla "Cin Ci La" ante litteram, ambientata in una Macao posticcia, in un Katai di maniera, palesemente e voluttuosamente artefatto in un florilegio di smaccate citazioni. Tutto ciò fa della Palazzina cinese un altrove immaginifico ove è sempre possibile l'evasione e il mascheramento: un angolino, tra l'ironico e il parodico, di una Palermo alternativa, ancorché illusoria come una quinta di palcoscenico, lontanissima (proprio come la Cina) dalle cupezze sanguinarie della sua storia più atroce, e come sospesa nell'evanescente leggiadria di un sogno di mezza estate.