Prima i Bronzi, adesso Arcimboldo. La stessa risposta: no Expo. Dopo il veto di Reggio Calabria, anche il sindaco di Cremona ha respinto la richiesta della Regione Lombardia: «Se i turisti vogliono vedere il dipinto del Cinquecento che rappresenta il cibo e l'uomo vengano qui», ha detto. A pochi mesi dall'inaugurazione dell'esposizione universale l'Italia si trova a fare i conti con città che difendono il proprio campanile e ignorano l'interesse comune. Che non è quello di Milano, ma quello del Paese. Prima i Bronzi, adesso Arcimboldo. La stessa risposta: no Expo. Dopo il veto di Reggio Calabria, il fuoco amico di Cremona. «Se i turisti vogliono vedere il dipinto del Cinquecento che rappresenta il cibo e l'uomo vengano qui», ha risposto il sindaco alla richiesta della Regione Lombardia. Si potrebbe liquidare il caso con un'alzata di spalle come ha fatto Vittorio Sgarbi e chiedere ai musei di Vienna o di Stoccolma il prestito di uno dei capolavori dello stesso pittore che hanno ispirato Foody, la mascotte dell'evento. Ma non c'è tempo e a pochi mesi dall'inaugurazione dell'esposizione universale l'Italia rischia di precipitare nel guicciardiniano particulare , con le città che difendono il proprio campanile e ignorano l'interesse comune, che non è quello di Milano e della Lombardia, ma quello del Paese. Se davvero si vuole fare di Expo un volano per il rilancio dell'immagine dell'Italia si dovrebbe sospendere almeno per un po' quella rissosità che non aiuta il successo di un avvenimento, ma rischia di screditarlo agli occhi del mondo con troppe porte sbattute in faccia. Il sindaco di Cremona fa bene a chiedere la valorizzazione della Pinacoteca che custodisce l'Ortolano, l'opera di Arcimboldo, sollecitando maggiore attenzione al suo territorio, ma questo cosa c'entra con un passaggio del quadro a Milano come biglietto da visita per l'esposizione? Non sarebbe il modo migliore per farlo conoscere a un pubblico internazionale, riportandolo poi nel proprio ambito adeguatamente valorizzato? Qui non siamo, come nel caso dei Bronzi, davanti a obiezioni legate alla sicurezza, al trasporto e alla contestualizzazione di un'opera d'arte (a proposito, ministro Franceschini, fra quanto tempo ci sarà il verdetto?). Arcimboldo, con le sue teste composte di frutta e di verdura, è il testimonial nato per l'Expo dedicato al cibo, al nutrimento sostenibile, alla lotta agli sprechi di cui Milano e l'Italia aspirano a diventare portabandiera nel mondo. Ma se ai non pochi guai che hanno segnato e ancora segnano il tortuoso percorso verso l'Esposizione, dalle inchieste sugli appalti, alle infrastrutture mancanti, ai tempi del cantiere, aggiungiamo il provinciale battibecco su una tela, vuol dire che stiamo andando in direzione ostinata e contraria nel verso sbagliato. Qualche giorno fa il premier, Matteo Renzi, ha parlato di Expo come di un evento in grado di restituire a un Paese diviso un senso di unità nazionale: siamo messi alla prova e dobbiamo mostrare, come nei momenti difficili, senso di squadra, capacità e condivisione. Purtroppo siamo fuori binario. Comune e Regione bisticciano sugli eventi in programma, non c'è accordo sulla destinazione futura dell'area espositiva, il presidente Maroni attacca il sindaco Pisapia, il sindaco Pisapia prende le distanze dalle scelte della Regione: in questo zibaldone si rischia di perdere di vista l'impatto positivo dei temi che, attorno all'alimentazione, si muovono nella società: economia, agricoltura, ambiente, demografia, il tracciato di una modernità più equa e sostenibile. Servono coscienza e impegno per uscire dalla crisi, ma anche la convinzione che la partita dell'Expo non è quella di Milano, è quella di tutti, e tutti dovrebbero avere almeno l'ambizione di guardare il capoluogo lombardo come il punto di partenza per uno scatto d'orgoglio nazionale. Questa è una straordinaria occasione per mettere in vetrina l'Italia che fa, ha detto il presidente della Repubblica Napolitano. Milano in questi anni ha fatto poco, forse non abbastanza. Ma davanti alle divisioni che arrivano dalle nostre città viene spontanea una domanda: dov'è quest'Italia che fa, e che cosa aspetta a dire che (almeno per l'Expo) c'è?