IN ATTESA del museo che verrà, i depositi del castello normanno svevo di Bari svelano i loro tesori nascosti. A fare da cicerone, in esclusivaper Repubblica, èilfunzionariostorico dell'arte della direzione regionale per i Beni culturali, Marisa Milella, insieme con l'archeologa Maria Rosaria De Palo. E la vera scoperta, mai svelata in pubblico, sono i tesori archeologici appartenuti un tempo alle collezioni dell'editore Vito Macinagrossa e del cardiologo Paolo Rizzon, entrambe sequestrate nel 1996 grazie al lavoro investigativo condotto dal Nucleo tutela del patrimonio dei carabinieri di Bari. Si parla di qualcosa come 366 reperti «databili in un arco cronologico tra età arcaica ed età ellenistica » spiega l'archeologa De Palo e, fra questi, ceramiche attica a figure nere e rosse, ceramiche italiote a figure rosse, ceramiche apule di stile Gnathia e sovraddipinte, terrecotte figurate, metalli e finanche una stele della Daunia, proprio come quelle conservate nel museo archeologico di Manfredonia. «Queste collezioni non sono mai state esposte in pubblico - ricorda Milella - se non in parte quella Rizzon al museo Ridola di Matera nel 2002, all'indomani del sequestro sono state confiscate, e dunque annesse in forma definitiva al patrimonio dello Stato, fra il 2008 e il 2009 mentre solo il 2010 sono state consegnate nelle mani della Soprintendenza ai Beni architettonici di Bari che le conserva oggi appunto nei depositi del castello svevo. A musealizzazione del castello avvenuta saranno esposte nel piano rialzato dell'ala est, ora adibita invece ad archivio». A patto naturalmente di fare in tempo a terminare i lavori entro giugno 2015, secondo quanto prescrivono le regole dei fondi Poin (il budget a disposizione per gli interventi è di 8 milioni di euro di risorse). Una corsa contro il tempo che diventa sempre più difficile visto che gli interventi al castello sono legati, secondo il cronoprogramma, prima al recupero dell'ex convento di Santa Chiara che, occupato dallo scorso febbraio da 200 migranti africani, dovrebbe accogliere gli uffici della Soprintendenza ai beni architettonici oggi ospitati appunto nel castello che, una volta liberato, anche dalle auto, sarebbe sottoposto all'intervento di adeguamento per la sua musealizzazione. E, nel frattempo, questi tesori archeologici di straordinaria bellezza giacciono conservati al sicuro nei depositi e dunque purtroppo invisibili. Si tratta, spiega l'archeologa De Palo, svelando alcuni pezzi della collezione Rizzon di «raffinate ceramiche a figure rosse del IV secolo avanti Cristo che, con le loro splendide decorazioni, illustrano il mondo ideale delle comunità apule. Particolarmente rari sono pure alcuni piatti, sempre a figure rosse, su cui sono raffigurati pesci e molluschi e che erano utilizzati durante i banchetti aristocratici. E, allo stesso periodo, risalgono anche alcune statuette femminili che presentano una straordinaria decorazione policroma e sono associate a piccoli vasi offerti in dono alle divinità». Ma nel "castello museo" troverebbero posto anche altri tesori. Come diversi altri calchi in gesso che, realizzati per l'esposizione nazionale di Roma del 1911, andrebbero ad arricchire il percorso espositivo della Gipsoteca. Senza contare il materiale rinvenuto durante diverse campagne di scavi e, anche in questo caso, mai esposto prima. È il caso, anticipa Milella, «delle ceramiche del butto, la "discarica" del castello che ha restituito in una stratigrafia temporale ben definita un eccezionale repertorio di ceramiche che vanno dal Medioevo al Cinquecento, testimoniando la vita quotidiana all'interno del castello. Capitelli, monete e altri reperti sono stati trovati invece durante gli scavi al di sotto dell'attuale sala Sveva, dov'è stata rinvenuta una chiesa dell'XI secolo con le relative sepolture oggi messe in luce». Senza contare che, nel progetto di musealizzazione, sarebbe aperta per la prima volta «l'ala nord est del castello che conserva i resti della muratura e - racconta Milella - del porticato federiciano al di sotto delle mura cinquecentesche: saranno oggetto di restauro conservativo e dunque fruibili dai visitatori ». Mentre sotto il profilo storico e archeologico da scoprire resta «l'ala Nord Ovest che conserva i resti della torre pentagonale e di quello che era il raccordo fra il castello e il lato mare: è stata oggetto di scavi nel passato ma solo parzialmente». E se nel castello sono custoditi anche altri reperti ceramici di età medievale, rinvenuti durante il restauro della Cattedrale di Bari così come di altri beni culturali, anche questi pezzi troverebbero collocazione nei nuovi spazi museali aperti al pubblico, insieme ad eventi espositivi temporanei per i quali sarebbero usate proprio gli ambienti che ospitano gli uffici della Soprintendenza. Non meno interessante la prospettiva di poter usare il cortile del castello per ospitare concerti, spettacoli ed eventi culturali en plein air: nel progetto, infatti, attraverso la riapertura di una terza via di fuga si superebbe il limite dei 200 spettatori che, di fatto, costringe questo spazio ad essere sottoutilizzati.
BARI - Castello, ecco i tesori custoditi nei depositi in attesa del museo
Il castello normanno svevo di Bari è in attesa della sua musealizzazione. I depositi del castello hanno rivelato tesori archeologici appartenuti alle collezioni dell'editore Vito Macinagrossa e del cardiologo Paolo Rizzon, sequestrati nel 1996. Tra i reperti, ceramiche attica, italiote e apule, terrecotte, metalli e una stele della Daunia. Le collezioni sono state confiscate e annesse al patrimonio dello Stato, ma non sono mai state esposte in pubblico. Il progetto di musealizzazione prevede l'esposizione dei reperti nel piano rialzato dell'ala est, e la riapertura del cortile del castello per ospitare concerti e eventi culturali.
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