QUATTRO anni fa, a pochi mesi dall'insediamento a Palazzo Santa Lucia, il governatore Stefano Caldoro firmò con una mano alcune delibere nelle quali venivano espressi giudizi liquidatori nei confronti delle fondazioni culturali partecipate dalla Regione. E CON l'altra mano mise in frigorifero i fondi europei assegnati alle singole istituzioni dalla giunta precedente. Fu un'azione politica forte, sostenuta dai media locali, per porre la questione di un sistema esclusivamente pubblico di finanziamento, che - si disse - aveva determinato disfunzioni e diseconomicità allarmanti in una fase di evidente penuria di risorse. Sullo sfondo, ma non tanto, la necessità di farla finita con le presunte spese facili degli enti allora governati da personale nominato da centrosinistra e l'opportunità di ridisegnarne forma e contenuti in una prospettiva riformista e moderna. Questo a parole, ovviamente. Di ciò che invece è realmente successo nei bilanci delle fondazioni regionali, delle fonti alternative di finanziamento attivate in questi anni, dei presunti nuovi modelli di governance e, perché no?, anche dei contenuti diversi messi in campo, non si è mai neanche cominciato a discutere. Ma se non ora, quando? A proposito, la Fonderia dei quarantenni del Pd avrà qualcosa da dire sull'argomento? Alla vigilia della scadenza elettorale, la domanda a cui andrebbe data una risposta ragionata, dati alla mano, è questa: la cura Caldoro ha effettivamente consentito il risanamento dei conti degli enti culturali sostenuti dalla Regione, diminuendo la spesa pubblica e promuovendo la partecipazione e la responsabilizzazione di capitali privati? Cioè, oggi, per fare alcuni esempi concreti, la Fondazione Campania dei Festival, la Fondazione Donnaregina, la Fondazione Ravello i luoghi del teatro, dell'arte e della musica governati da uomini del centrodestra vicini a Caldoro hanno davvero saldato i debiti degli esercizi precedenti e ristrutturato gli assetti gestionali con minori finanziamenti pubblici e una quota finalmente assegnata a soggetti privati? Qui non è neanche il caso di discutere le presunte innovazioni culturali apportate. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Si possono avere opinioni divergenti, ma è incontestabile che il nuovo corso non ha conquistato gli spettatori e i visitatori e non ha migliorato gli incassi di teatri, musei e festival. Il rendiconto economico e finanziario che nessuno fa - e che invece sarebbe dovere istituzionale rendere pubblico - dei debiti ancora insoluti, delle spese correnti, dei fondi stanziati dalla Regione e delle risorse private mai pervenute, dopo quattro anni di chiacchiere, racconta di una drammatica crisi strutturale di tutte le fondazioni culturali colpite dalla retorica caldoriana. Per esempio, nel caso della Fondazione Donnaregina, non sappiamo a quanto ammontino i debiti nei confronti della società di gestione pubblicoprivata Scabec. Semplicemente si è smesso di parlarne da quando la Regione ha nominato la nuova dirigenza. E, come per miracolo, il museo Madre ha ripreso le sue attività normali con le risorse (oltre 12 milioni) che la Regione ha stanziato in favore della Fondazione Donnaregina nell'ultimo biennio e che, però, si sarebbero dovute in larga parte utilizzare per appianare il deficit determinato nel 2010 dalla soppressione dei finanziamenti deliberati dall'ex giunta Bassolino. Nonostante la tanto declamata modifica dello Statuto non risulta che soggetti e capitali privati siano entrati nella Fondazione per l'arte contemporanea. Dunque, se vivessimo in un paese normale e se la politica non avesse abusato della verità e anche del buonsenso, si dovrebbe constatare che la Fondazione Donnaregina si avvia alla bancarotta. D'altro canto, ora che la Regione ha esaurito la scorta dei fondi della programmazione europea 2007-2013, sarà tecnicamente e materialmente impossibile scovare nuove fonti di finanziamento rendicontabili per le attività non pagate e svolte da Scabec per la Fondazione Donnaregina tra il 2008 e il 2010. Quali interessi e quali convenienze impediscono ancora oggi agli amministratori di Scabec di tutelare un credito che ben presto diventerà inesigibile? Inutile qui fare ipotesi. Di certo, è molto strano che nessuno veda la drammaticità della questione, né l'assessorato della Miraglia, né il cda della Fondazione, né e questo è davvero incomprensibile i soci privati della società creditrice. Non pare stia meglio la Fondazione Campania dei Festival, polmone finanziario dei megaspettacoli di Luca De Fusco, che ha passato gli ultimi anni a incamerare decine di milioni di fondi europei pagando solo saltuariamente la miriade dei creditori i quali, però, sono anche i clientes per le produzioni in corso. Quel che si capisce nei due casi in questione è che le risorse sono tutte pubbliche, non inferiori a quelle elargite ai tempi di Bassolino, e che debiti e crediti hanno creato un intrico di interessi sui quali nessuno al momento ha interesse a fare chiarezza. Si scoprirebbe un fallimento complessivo, irrimediabile e dannoso per tutti. Soprattutto per la Regione di Caldoro, il quale per il suo ultimo anno di governo, preparandosi al voto deve mantenere un po' di promesse maturate negli anni. Quel che sta accadendo a Ravello negli ultimi mesi è particolarmente indicativo dell'andazzo pseudo riformista impresso al sistema da Palazzo Santa Lucia. Alla Fondazione, che dovrebbe occuparsi del Festival già finanziato dalla Regione (4 milioni europei in due anni), sono state assegnate prima Villa Rufolo e poi Villa Episcopio, due nuovi attrattori di risorse pubbliche nelle mani del presidente Renato Brunetta. Come se nella compagine amministrativa dell'ente figurassero competenze sui beni culturali o militassero esperti in management turistico e culturale, altrove irreperibili. In attesa del Comune che dovrebbe affidargli a breve anche l'Auditorium di Neymaier, è evidente che la Fondazione Ravello si presenta ormai come il soggetto politico forte per la gestione di tutte le attività di rilievo della piccola perla della Costiera, con buona bace del Comune democraticamente eletto. Non ne fa mistero il presidente Brunetta ed è nel vero quando dice che non si sta facendo nient'altro che realizzare il vecchio progetto bassoliniano. Però, e qui sta il punto dolente, si dovrebbe anche ammettere che è contemporaneamente fallito il proposito caldoriano di cambiare il sistema, se le risorse sono tutte pubbliche, se le situazioni debitorie restano opache, se tutte le Fondazioni di cui abbiamo qui riferito sono diventate anomale stazioni appaltanti (le loro procedure di spesa dei fondi europei sono legittime?), se i Cda sono imbottiti di personale addestrato soprattutto in fedeltà politica al centrodestra. Insomma, a conti fatti, il sistema delle fondazioni culturali nell'epoca del riformismo caldoriano, invece di specializzarsi nella funzione di attrarre investimenti privati e nella capacità di produrre innovazione culturale, ha accumulato poteri impropri e si è legato mani e piedi ai suoi padrini politici, auspicando la riconferma della situazione attuale. Ma se questo non accadrà, ne vedremo delle belle. Verranno a galla i debiti, le clientele e la pochezza culturale e amministrativa del sistema riformato da Caldoro. E allora chi e come salverà dal disastro festival, teatri e musei?