Quattrocentocinquanta firme raccolte in venti giorni, più di tremila adesioni considerando anche i social network. Per chiedere al ministro Franceschini di «non abolire» la Soprintendenza per i Beni archeologici dell'Etruria Meridionale, si sono mobilitati molti fra i più illustri etruscologi e accademici dei Lincei, da Giovannangelo Camporeale (presidente dell'Istituto di Studi Etruschi e Italici di Firenze) a Giovanni Colonna, da Paolo Sommella a Fausto Zevi, da Nicola Bonacasa a Fulvio Tessitore. Ma anche i direttori delle principali scuole straniere di archeologia a Roma, ricercatori e sindaci dei Comuni dell'Alto Lazio. Con una petizione, dal titolo "Gli Etruschi scompaiono dalla cultura italiana", scritta da Paola Pelagatti, accademica dei Lincei e già Soprintendente archeologo dell'Etruria Meridionale, insieme a Maria Antonietta Rizzo, docente all'università di Macerata, già direttrice di Villa Giulia (dal 1985 al 1990) e degli scavi di Cerveteri. Nel testo, si ricordano le specificità del Lazio settentrionale, culla della civiltà etrusca, a cominciare da «monumenti e testimonianze che ne attirano l'attenzione non solo degli studiosi, ma dei visitatori da ogni parte del mondo»: come le magnifiche tombe dipinte di Tarquinia o la necropoli di Vulci,che negli ultimi anni ha restituito vere e proprie meraviglie: dalla Sfinge dell'omonima tomba, nella necropoli dell'Osteria, alle straordinarie "mani d'argento", esposte a Villa Giulia per alcuni mesi per la mostra "Principi immortali" che, dopo l'estate a Vulci, volerà a Bruxelles nei Musei Reali di arte e storia per il semestre italiano di presidenza Ue. Ma anche i tumuli della Banditaccia di Cerveteri, quell'affascinante Città dei Morti, patrimonio Unesco dal 2004, che negli anni ha restituito capolavori senza tempo, a cominciare dal celebre Sarcofago degli Sposi, uno dei gioielli di Villa Giulia, e del suo "gemello" del Louvre, arrivato a aprile a Roma per la mostra "Gli Etruschi e il Mediterraneo. La città di Cerveteri", poco prima ospitata dal Louvre di Lens. Del resto, gli Etruschi avevano già "conquistato" Parigi con la mostra invernale al museo Maillol, in cui spiccavano capolavori in terracotta della scuola di Veio, impressionanti sculture in pietra di Vulci, testimonianze straordinarie della pittura di Tarquinia, come la Tomba della Nave con i suoi splendidi affreschi. Quel che il mondo ammira questo si teme potrebbe essere dimenticato in Italia. Senza un'istituzione specifica che si prenda cura e valorizzi un sistema «che vive grazie a un continuo processo di osmosi» fra i suoi dieci musei diffusi sul territorio e le «undici aree archeologiche organizzate e aperte al pubblico». Un processo che «verrebbe irrimediabilmente interrotto senza l'apporto delle nuove acquisizioni provenienti dagli scavi archeologici portati avanti grazie a una capillare e attenta opera di tutela del territorio, impedendo di fatto il rinnovamento delle esposizioni museali, con un conseguente impoverimento della pubblica fruzione». «L'accorpamento in un'unica Soprintendenza con quella del Lazio meridionale, di fatto un appiattimento si legge nella petizione ne ridurrebbe la capacità operativa e la spinta al rinnovamento». «Non si vede dunque la ragione scrivono gli studiosi di ritornare a un assetto di inizi '900 che fu superato proprio dalla illuminata lungimiranza dell'amministrazione statale del tempo e di geniali personalità attive nel campo degli studi ma anche nel governo come Felice Barnabei, Giuseppe Bottai, e più tardi Massimo Pallottino, fondatore dell'Etruscologia». Un nuovo appello, insomma, che invita il ministro a "ripensare" la riforma, concertandola prima di tutto con gli addetti ai lavori, dopo i tanti già sottoscritti solo per fare qualche esempio dagli archeologi e funzionari della Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma, da Assotecnici, dai Soprintendenti storico-artistici d'Italia e da molti esperti, a cominciare dall'ex ministro ai Beni culturali (e oggi direttore dei Musei Vaticani), Antonio Paolucci.