Firenze, 17 agosto 2014 - Se riusciamo a digerire l'ingaggio di quattro milioni di euro, che guadagnerà l'allenatore della nazionale di calcio, un po' il simbolo del Belpaese all'estero, perché è un investimento su una delle principali industrie italiane e si deve fare bella figura con il mondo - cioè vincere -, allora bisogna cominciare anche ad accettare che la nostra cultura sia sostenuta finanziariamente con la stessa larghezza di mezzi. Per cosa siamo celebrati nel pianeta se non per la storia e i tesori dell'arte, sui quali non temiamo la concorrenza di Messi nè i morsi dell'uruguaiano Suarez? Seppure in passato c'è stato chi, con freddo calcolo da ragioniere, ha sentenziato che «con la cultura non si mangia» (l'ex ministro Tremonti), in realtà non è così. Si mangia tanto, da permetterci il lusso di buttare via i soldi, anche quelli che - bontà loro - ci danno dall'estero. Sentite questa: a San Gimignano sono stati spesi 220mila euro, per portare alla luce una villa romana del terzo secolo. Scavi iniziati nel 2005, per i quali si sono avvicendati cento archeologi, finanziati principalmente (150mila euro) dall'Università di Lovanio, in Belgio. Il sito è abbandonato da due anni: colpa dei soliti sbarramenti burocratici. E SICCOME è passato troppo tempo, lo Stato potrebbe ordinare all'Università belga di ricoprire i reperti. Bella figura, no? Diranno: cari signori, grazie per il vostro generoso impegno, ma non riusciamo a completare il lavoro. Anzi, dovete sganciare altri 20mila euro per rimettere a posto i cocci. Operazioni imbarazzanti come questa (i dettagli della storia li potete leggere nella rubrica del Qn «Sotto inchiesta») minacciano di scoraggiare gli investimenti che la riforma dei Beni culturali dovrebbe favorire. Per ora il dibattito sui cambiamenti annunciati dal ministro Franceschini si è concentrato soprattutto su una questione di incarichi - soprintendenti sì o no? - invece di affrontare il nocciolo del problema: trattare la cultura non più come l'ultimo carro dell'amministrazione pubblica e il primo della colonna destinata ai tagli, ma considerandola, non a parole, la voce principale del nostro fatturato. La svolta sta nel considerarla finalmente un business, con il quale non solo si può mangiare, ma si deve arricchire il Paese e creare posti di lavoro. Nella sconcertante vicenda di San Gimignano sono stati spesi 220mila euro. Un custode degli Uffizi - è solo un paragone di massima - quadagna intorno a 1.500 euro al mese. Se eliminiamo il bestiario di sprechi (chissà quanti ce ne sono, che non conosciamo, in giro per l'Italia), partendo da quelli piccoli, forse riusciamo a invertire la tendenza. Pensate che per realizzare i bookshop in alcuni dei principali musei, qualche anno fa, è stato necessario superare le resistenze di soprintendenti, che poco si identificavano con l'idea manageriale di marketing. Senza sbracare nè mettere a repentaglio il patrimonio artistico, è arrivato il momento, dettato anche dalla crisi, di spezzare l'ingessatura che ha contenuto finora il corpo della cultura italiana. Che non significa noleggiare indiscriminatamente palazzi, gallerie e piazze monumentali per cene e feste private, ma neanche conservarle sotto formalina. Abbiamo scoperto da poco che i musei si possono tenere aperti dopo cena e nei giorni festivi: quando non sarà più uno sforzo straordinario ma una dinamica naturale, potremo dire di essere entrati in un nuovo mondo.