CONCETTO Pozzati è al lavoro nel suo studio estivo di Numana, nelle Marche. Almeno sei ore al giorno, interrotte solo dai passaggi del giardiniere e dalle visite dei figli. «Mi rinchiudo nello studio, leggo in giardino, non vado mai al mare - racconta - Inizio sempre un nuovo progetto che proseguo durante l'inverno. Vado avanti a cicli narrativi, ma non ne parlo finché non arrivo a un buon punto. La condizione essenziale è rinnovarsi ogni volta, tornare a essere nudi». Maestro Pozzati, pochi giorni fa ha ricevuto la Targa in ricordo di Paolo Volponi: un importante riconoscimento. «Mi ha fatto un grande piacere, perché ero molto vicino a Volponi. S'interessava di arte e ci siamo frequentati a lungo; un uomo straordinario. Insieme a me sono stati premiati cari amici: Pier Paolo Calzolari, che fu il mio primo assistente; il regista Vittorio Franceschi, che recitava sulle scenografie che facevo da ragazzo ai tempi del Teatro della Ribalta; e poi Otello Ciavatti, che ho conosciuto quando ero assessore!» La galleria de' Foscherari ha dedicato una mostra alle sue opere degli anni Sessanta. Oggi come vede Bologna? «Io appartengo a una generazione che ha visto una Bologna vivacissima. Un modello per l'Italia soprattutto nel campo della letteratura e delle riviste. Un periodo unico, tuttavia per alcuni aspetti è ancora un modello, penso alla gestione autonoma degli enti culturali, estranei alla partitocrazia. Nel campo dell'arte figurativa, invece, a quei tempi abbiamo dovuto faticare per approfondire la nostra formazione, mentre oggi, insegnando all'Accademia, ho trovato studenti formidabili che espongono a New York, Berlino, Londra». Consiglierebbe a un giovane la carriera da artista? «È davvero dura, il sistema dell'arte oggi è irriconoscibile, governato da logiche sulle quali è difficile intervenire: la politica, la moda, la centralità dell'immagine. Purtroppo, consiglierei a un giovane di andarsene; lo dico con dispiacere, perché sono un sostenitore dei pittori italiani, spesso poco valorizzati dai musei a causa di un provincialismo rovesciato che porta alla rincorsa di artisti stranieri, per di più senza richiedere la possibilità di esporre le nostre opere all'estero». Che ne pensa della decisione dei parenti di Lucio Dalla di vendere le case per realizzare, con i proventi, un museo? «Conoscevo molto bene Lucio, giocavamo a basket insieme. Quarant'anni fa fummo anche premiati come gli allora giovani di successo di Bologna. L'idea di un museo mi pare un poco tombale, ma chiamandolo diversamente lo vedrei bene nel suo appartamento, e capisco che siano necessari dei fondi. Penserei piuttosto a un centro culturale a lui dedicato, un luogo polivalente attraversato anche dalla letteratura, dall'arte, dalla fotografia».