A ficcare il naso al Maam acronimo che sta per Museo dell'Altro e dell'Altrove di Metropoliz, città meticcia si scopre uno dei più grandi paradossi di Roma, e non solo. E non sto scherzando. Giudicate voi. La storia inizia tre anni fa quando Giorgio de Finis, un antropologo giramondo, capita per caso in un ex salumificio in fondo alla Prenestina occupato da un eterogeneo gruppo di senza casa. Nasce l'idea di creare insieme agli abitanti un'istallazione artistica - un grosso razzo puntato sulla luna che è ancora lì - per riqualificare l'ambiente. L'operazione, che dura un anno ed è raccontata in un film autoprodotto, ha successo. E così si decide di proseguire l'esperimento aprendo i grandi spazi dell'ex salumificio a tutti gli artisti che abbiano voglia di lasciare un loro contributo. Il fine è duplice: da una parte dare valore alle vecchie mura per scongiurare l'intervento delle ruspe distruttrici; dall'altra aprire la comunità, che attualmente conta 200 persone di cui 40 bambini di diversa origine rom, peruviani, italiani, ucraini, marocchini, etiopi al quartiere. In appena due anni, l'ex salumificio si arricchisce di ben 400 opere. L'effetto, a farsi una camminata per scale, sale e corridoi, è davvero spiazzante: ci si trova in un enorme museo e allo stesso tempo in un bizzarro condominio multietnico, con i bambini che si rincorrono e i panni stesi ad asciugare: una stravagante utopia artistica realizzata. E non è da credere che le opere siano di scarso livello, tutt'altro. Uno alla volta sono arrivati i più bei nomi dell'arte italiana e mondiale. Per dire: sulla facciata esterna dell'edificio c'è un murales di Kobra, una delle star internazionali della street art che ai prezzi di mercato varrebbe non meno di 500 mila euro. E poi opere di Borondo, Sten Lex, Susanne Kessler, tutti artisti ben inseriti nel mercato mondiale. Tra gli italiani ci sono nomi già affermati - Notargiacomo, Asdrubali, Montanino - accanto ad artisti emergenti, ma quello che colpisce è l'insieme: un'enorme caleidoscopio di forme e colori da perderci la testa. E tutto a gratis. Sì, perché gli artisti hanno portato dai rispettivi studi l'occorrente per realizzare le loro opere e a volte, vista la fatiscenza di alcuni ambienti, si sono trasformati in idraulici, muratori, elettricisti. Così, in due anni Roma si è arricchita di una quantità di opere che tutte le altre istituzioni d'arte contemporanea messe insieme ci metterebbero almeno mezzo secolo a realizzarle. E chissà con quali costi. Nell'ex salumificio, invece, il denaro viene visto come «sabbia in un motore» dice de Finis, che lavora sette giorni la settimana senza guadagnare un centesimo e vive ormai come un monaco zen. Anche un euro destinato al museo bloccherebbe tutto perché sarebbe difficile da spiegare alla comunità che l'abita senza avere a volte neanche il bagno in casa. Morale: in una degradata periferia romana, è venuto su un tesoro aperto alla collettività che non costa assolutamente nulla al contribuente. In Italia non è il massimo dei paradossi questo?
Roma. Il paradosso dell'artista
Il Museo dell'Altro e dell'Altrove di Metropoliz, una città meticcia, è un esempio unico di come l'arte possa essere utilizzata per riqualificare un ambiente degradato. L'idea è nata tre anni fa quando un gruppo di senza casa ha occupato un ex salumificio in fondo alla Prenestina e ha iniziato a creare un'istallazione artistica. L'operazione è stata un successo e ha portato a creare un museo aperto alla comunità, con opere di artisti di diversa origine e livello. Il museo si è arricchito di 400 opere in due anni e ha attirato artisti di fama internazionale.
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