«Caserme, va individuata un'area dismessa» Winterle sprona il Comune: serve una soluzione che tenga conto dello spostamento TRENTO «Capisco le difficoltà di Comune e Provincia di fronte al passo indietro dello Stato sulle caserme. Lo stop alla cittadella militare di San Vincenzo non è però un aspetto negativo. Anzi: l'impatto di quella struttura sarebbe stato davvero troppo forte». Alberto Winterle non ha dubbi: la revisione dell'accordo quadro tra Roma e Trento sulle aree militari, dice il presidente dell'ordine degli architetti, «rischia di mettere a repentaglio il progetto complessivo». Ma ha anche qualche risvolto positivo: «L'abbandono del complesso di Mattarello è una buona notizia». Meglio, in futuro, orientarsi verso altre soluzioni. «Penso anticipa Winterle all'individuazione di un'area industriale dismessa, dove collocare tutte le strutture militari». Presidente Winterle, le nuove direttive dello Stato hanno allarmato soprattutto gli amministratori di Palazzo Thun: la preoccupazione non è solo per la creazione del parco fluviale, messa in discussione dalla ristrutturazione delle caserme Pizzolato, ma anche per il destino del distretto militare. «Mi rendo conto che avere a che fare con un interlocutore così sfuggente può creare difficoltà: se si dà per scontato che alcune scelte vengano realizzate da un soggetto terzo e questo, alla fine, fa un passo indietro, è chiaro che i problemi ci sono. E si rischia di mettere a repentaglio l'intera prospettiva. Indipendentemente dall'abbandono del progetto della cittadella militare, però, credo che la città debba pensare a una soluzione alternativa e spingere in quella direzione». In che senso? «I progetti urbanistici hanno un respiro di 20-30 anni. Quindi, al di là della decisione attuale di mantenere le Pizzolato, credo che il capoluogo dovrebbe elaborare un progetto urbanistico che tenga conto dello spostamento delle caserme dalla città. Se la pianificazione viene impostata in quella direzione, in un certo senso si indirizza la scelta, il condizionamento è più forte». Quindi l'obiettivo di uno spostamento delle caserme fuori dalla città è da confermare? «Anche nella prima versione dell'accordo il trasferimento delle caserme fuori da Trento era positivo. Ma il tipo di impianto prospettato a San Vincenzo non lo era, sia per dimensioni che per qualità estetica: quel complesso non aveva nulla a che vedere con la costruzione della città contemporanea. Per questo, credo che alla fine il passo indietro su questo progetto non possa essere considerato negativo: un corpo di quelle dimensioni non può creare un giusto rapporto tra città e campagna». Ma quale può essere la soluzione alternativa? «In un epoca in cui si riconvertono aree esistenti, più che crearne di nuove, non vedo perché non si possano utilizzare zone industriali in stato di abbandono o semi-abbandono. In una fase di recessione, si può individuare un comparto dismesso dove collocare gli spazi militari: in questo modo, l'intervento sarebbe di riqualificazione e non di nuova edificazione, con un risparmio soprattutto sul piano ambientale. A indicare l'area alternativa potrebbe essere la stessa amministrazione comunale». Parlando di Comune, nei giorni scorsi il sindaco Alessandro Andreatta ha fatto capire di considerare più importante per il capoluogo il recupero dell'area del distretto militare rispetto al terreno delle Pizzolato. È d'accordo? «Francamente, il distretto militare può essere importante su scala di quartiere, ma non ha una portata cittadina. Sono le aree delle caserme lungo il fiume, invece, che possono permettere una nuova trasformazione della città, che possono cambiare il rapporto tra il capoluogo e il suo fiume. La considero una parte strategica».