Le drammatiche notizie che giungono in queste ore dall'Iraq ci segnalano gli enormi guasti di una guerra d che non coinvolge soltanto le persone, militari e civili, ma anche le opere d'arte e i monumenti del passato (è di domenica la bomba che a Bagdad ha colpito l'universttà di Mutzansìriya). Nelle guerre mondiali le enormi distruzioni di beni statici e artistici sono state presentate come la conseguenza non programmata dello scontro. Certo, nell'inevitabile confronto con i costi subiti dagli essere umani, la rilevanza delle distruzioni di opere artistiche e storiche appare ridimensionata. Paradossalmente il valore dei beni culturali aggrediti dalla guerra ha dovuto attendere mezzo secolo per venire pienamente alla luce. Non a caso ciò è accaduto in un contesto completamente mutato: non più nel corso del duello intercontinentale tra le superpotenze, bensì in "piccoli"conflitti locali, all'interno dello stesso Stato. Non quindi nel quadro in qualche misura regolamentato dal diritto umanitario di guerra, bensì nel caos e nell'anarchia della guerra civile. Nelle lotte ìnteretniche che hanno insanguinato la ex Jugoslavia, due sono i tabù che maggiormente hanno colpito la sensibilità dell'opinione pubblica: la distruzione delle opere storielle, artistiche e religiose del nemico, e lo stupro etnico. Apparentemente distanti luna dall'altra, in realtà queste due forme estreme di violenza condividono numerosi punti in comune: innanzitutto distruggere chiese e moschee, così come violentare donne, non apporta alcun vantaggio dal punto di vista tattico, cioè dei rapporti di forza sul campo. Entrambe però puntano dritto al cuore dell'antagonista: colpiscono le fonti del passato (il retaggio culturale) e le fonti del futuro (la riproducibilità fisica e simbolica del gruppo). Questo essere "provocati" dallo stile dell'altro è emerso in modo particolarmente drammatico nei Balcani. Il ponte di Mestar, dell'unica campata ogivale così manifestamente "ottomana" (infatti è noto come "la Mezzaluna fossile") è stato preso a cannonate il 9 novembre 199 3 da un carro armato bosniaco croato. Le architetture gotico veneziane di Dubrovnik, l'antica Ragusa di Dalmazia, così esasperatamente "occidentali" agli occhi di alcuni, sono stati oggetto di bombardamenti tanto militarmente inutili, quanto psicologicamente rivelatori, ad opera dei serbi. Un'intera ritta, Sarajevo, è stata assediata per oltre tre anni anche in quanto città,cioè luogo di incontro, centro di risorse e di scambi, emblema di vita associata; tanto da far parlare di urbicidio. In Palestina, dopo due anni di odio e di morte, abbiamo visto una folla esasperata demolire a mani nude le vestigia di una tomba venerata dal popolo nemico, così come Betlemme abbiamo visto andare in frantumi le vetrate della cattedrale della Natività Pi più, oggetto dell'aggressione possono essere non soltanto i simboli degli altri ma, anche,quella parte di sé che dagli altri sembra essere stata influenzata: è il caso dei Buddha di Bamiyan, dove il regime dei Talebani non ha esitato, incurante degli appelli che gli pervenivano da ogni parte del mondo, a cancellare una parte fondamentale del proprio passato di popolo e di nazione. In questo processo di abbrutimento, l'unico elemento di differenza è costituito dall'informazione che ormai accompagna puntualmente questi eventi Sempre meno i violenti riescono a perpetrare i propri delitti senza che opinione pubblica internazionale ne venga informata e prenda posizione. Zone buie della coscienza vengono illuminate dai mezzi di comunicazione", la gente reagisce e le istituzioni li inseriscono tra le loro priorità di intervento. Attraverso un ampio ventaglio di interventi la comunità internazionale si è posta f obiettivo di offrire una via d'uscita a situazioni di impasse che sembravano irrisolvibili E nelle operazioni di supporto della pace del tipo di quelle realizzate nel Balcani un ruolo significativo spetta alla protezione e, ove necessario, alla ricostruzione dei beni culturali minacciati o colpiti dalla guerra. La comunità internazionale può fare molto. I contingenti multinazionali come quelli italiani in Bosnia, in Kosovo, in Albania hanno integrato nei loro compiti già assai variegati anche quello di tutori dei beni artistici e culturali delle regioni in cui operano. Dell'efficacia di questa strada le principali testimoni sono le popolazioni: traumatizzate dalla guerra, dapprima esse appaiono incredule, gradualmente poi si fanno più partecipi,sino a manifestare entusiasmo di fronte alle forme archi,tettoniche e artistiche che riprendono vita. L'Italia, l'Europa, hanno una missione da compiere: manifestare la propria solidarietà per una permanente alternativa alla guerra e alle sue distruzioni. Si apre oggi a Roma presso il Centro Congressi dell'università di Roma "La Sapienza" il convegno internazionale su "Aree di crisi, missioni di pace e protezione dei beni culturali" organizzato da Archivio Disarmo. Sono previste relazioni di personalità italiane e straniere tra cui i sindaci di Dubrovnick, Mestar, Sarajevo e il prof. Antonio Invernizzi, direttore della Scuola Archeologica italiana di Bagdad.