I luoghi storici della battaglia di San Martino e Solferino stanno crollando, e con loro se ne va un pezzo di storia del Risorgimento. Le cascine che esistevano ai tempi della battaglia del 1859 stanno sparendo, le lapidi si trovano sui mercatini di antiquariato. Fioeui, o i piòma San Martin o i'aoti an fan fé San Martin a noi! («Figlioli, o prendiamo San Martino o faranno fare San Martino a noi»). La vulgata vuole che questa frase attribuita a re Vittorio Emanuele abbia spronato l'esercito sabaudo fino alla vittoria finale sugli austriaci nella piana di San Martino il 24 giugno 1959. È tradizione che austriaci i cui avi parteciparono a quella battaglia che avrebbe messo fine alla seconda Guerra d'indipendenza italiana vengano a spargere fiori nel Mincio in loro ricordo: l'esercito austriaco in rotta riparò infatti oltre il fiume. «Turisti storici» che rimangono certamente stupiti nell'accorgersi che ad esclusione della torre che campeggia in una solitaria maestosità le cascine sparse nei dintorni sono in totale abbandono. Cascine che ospitavano contadini che assistettero terrorizzati all'inizio di quel terribile scontro in armi, fuggendone via poco prima che una granata o un colpo di mortaio devastasse le loro abitazioni. Nei tempi successivi questa cascine furono restaurate, e la Società Solferino e San Martino realizzò parchi e giardini, strade e segnaletica, con cippi che riportavano gli avvenimenti. La Società raccolse anche materiale bellico e artistico ispirato alla battaglia, poi esposto nei Musei sorti a San Martino e a Castiglione delle Stiviere. Fu in occasione di quella tremenda battaglia in cui, fra morti e feriti, rimasero sul campo 5.600 piemontesi, 13.000 francesi e 20.000 austriaci che nacque la Croce Rossa Internazionale su iniziativa di Henry Dunant, un imprenditore e filantropo svizzero. I feriti furono sistemati nella cascina chiamata Contracania, ex Casa Bianca, dove una lapide testimonia l'avvenimento. A custodire queste mura storiche, da 33 anni, c'è un signore invecchiato fra i vigneti e le tante proprietà che circondano la cascina, per conto di Luigi Aquilini, che partì per «le Americhe» oltre mezzo secolo fa dalla natia Travagliato con la famosa valigia di cartone. «È l'uomo più ricco del Canada dice il custode con orgoglio pari ai suoi baffi dalle forme risorgimentali . Il più grande produttore del mondo di mirtilli. Ora sta costruendo un oleodotto gigantesco fra l'Alaska e gli Stati Uniti, ma il suo vero business è l'edilizia: non so quanti grattacieli ha costruito. Viene qui una volta l'anno, più o meno, anche se ora manca da un anno e mezzo. Ha 84 primavere sul groppone, ma vedesse com'è arzillo!». Tutt'intorno, purtroppo, il degrado. Cascine dai tetti sfondati sono divorate dai rovi e dagli sterpi, che oscurano lapidi e targhe facilmente trafugabili. «Non è difficile dice Tullio Ferro, noto giornalista di Desenzano e profondo conoscitore della storia locale cui ha dedicato tanti libri trovare alcuni reperti su qualche bancarella di antiquariato: una cosa vergognosa che questi autentici pezzi della nostra storia siano preda di un simile sciacallaggio». Fino a qualche decennio fa questo scempio era scongiurato dalla presenza in loco di contadini che vi abitavano e lavoravano la terra; con la vendita dei poderi a società interessate alla produzione di vino per i tanti vigneti presenti (siamo nel cuore del Lugana) le cascine sono state abbandonate a se stesse: per leggere una lapide bisogna spostare, con molta fatica, i rovi che l'avvolgono. Mancando l'interesse economico dei privati a sistemarli, questi luoghi storici sono destinati a essere rappresentati solo da una Torre solitaria e dall'Ossario che custodisce nell'abside 1.274 teschi e nella cripta le ossa di 2619 soldati austriaci e italiani, accomunati volutamente senza distinzione di bandiera, come recita la lapide: «Alle Commiste Reliquie dei Prodi Porgete fiori, Recitate parole pie. Nemici in battaglia, Fratelli nel silenzio del Sepolcro, riposano uniti». Quei muri diroccati, quegli sterpi insolenti sono un insulto alla memoria comune di un episodio che ci appartiene, perché anche grazie a quei morti siamo infine diventati quella nazione agognata nella sua unità fin dai tempi di Dante. Le più famose delle cascine Sorre, Monata (chiamata da tutti Bonata), Stefanona versano tutte in uno stato di totale abbandono. L'imprenditoria agricola attuale non sa che farsene. E allora? Rassegnarsi alla perdita di un simile patrimonio storico e ambientale? Un'idea potrebbe essere quella di un intervento misto pubblico e privato: non però a fondo perduto (di mero restauro destinato a sopravvivere a se stesso per qualche tempo prima di riprecipitare nei rovi), ma capace di qualificare turisticamente tutta l'area, facendola diventare un percorso culturale attraente a livello internazionale. In parte lo è già, con austriaci e francesi e ungheresi che vengono appositamente per la valenza storica del luogo: se fosse valorizzata potrebbe diventare un circuito virtuoso anche a livello economico. Nella Ruhr, con la fine della produzione dell'acciaio e del carbone, intere fabbriche sono state trasformate in luoghi museali, con alcuni degli ex operai riassorbiti in questa nuova impresa turistica in attivo sotto il profilo economico. Un'idea che nel 2010 ha fruttato a quella regione il riconoscimento di Capitale Europea della Cultura. Davvero, noi vogliamo invece gettare letteralmente alle ortiche i nostri patrimoni culturali?