La sera andavamo in via Veneto. S'intende che fossimo «liberal», con un mondo da costruire e da immaginare. Un mondo un po' deludente, a guardare oggi i risultati. Tuttavia, era una stagione straordinaria, nata nei caffè all'aperto. Mai visto un confronto intellettuale, o semplicemente umano, stando in piedi. Per discutere, o semplicemente per costruire una qualche relazione d'intimità, bisogna stare seduti. Anche per vivere le piazze, bisognerà in qualche modo sedersi. La furia anti-tavolini di questi giorni delle Sovrintendenze fa tornare alla mente le letture di quando l'intellighenzia si riuniva appunto intorno ai tavolini dei caffè, che oggi invece sono frequentati dai turisti. E come tutte le cose, non appena diventano di massa, danno fastidio. La sera ci vedevamo a piazza Navona è il post sui social media oggi più citato, anche se le firme sono di persone comuni. I tavolini all'aperto sono uno dei vantaggi competitivi di Roma. È una delle più belle esperienze che la città regala ai suoi ospiti. Perché demonizzarla? Parigi fonda il suo fascino di città ospitale, tenera e seducente, proprio grazie ai dehors, che non a caso hanno un nome francese. Saint-Germain-des-Prés è piena di tavoli all'aperto, e per chiunque questo è un pregio. Anche lì c'è qualche nostalgia che al Café de Flore non ci sia più un Jean-Paul Sartre a intrattenere gli amici di sempre e quelli occasionali. Ma a nessuno viene in mente che essendosi ridotto il tasso intellettuale degli astanti, quel che era meraviglioso ieri, oggi sia nefasto. Le Sovrintendenze vorrebbero piazze e strade metafisiche, e potessero farle diventare ciascuna come l'Enigma di una Giornata di Giorgio de Chirico, con una statua in evidenza e due tratti insignificanti, lontani, di persone vive, lo farebbero. Salvo poi, una volta apposto il divieto, non occuparsi di quel che succede il giorno dopo. La concezione sacrificale (per gli altri) del godimento dell'arte è uno dei problemi più grandi della nostra organizzazione culturale. Ma torniamo ai tavoli, dalla cui prospettiva la bellezza delle piazze ne torna esaltata. Quando sono organizzati bene, con un servizio di qualità, offrono decoro alle piazze, piuttosto che ridurne la bellezza. Lo apprezzano anche i romani che amano vivere all'aperto e sentire la loro città non come un museo, ma qualcosa di cui avere il massimo rispetto, vivendola e non chiudendola. La soluzione sembra alla fine anche troppo semplice: si diano spazi sufficienti per i tavoli all'aperto, senza l'idea che meno è, meglio è. Si decida caso per caso, piazza per piazza, sapendo che si tratta di una cosa bella per Roma. Una volta che gli spazi siano adeguati, si colpisca naturalmente ogni abuso. E le multe siano fatte anche e soprattutto quando non siano rispettati i canoni estetici. Tavoli brutti e arrabattati fanno male, anche se stanno in spazi ristretti; tavoli eleganti, sobri, intonati alla piazza, ne esaltano la bellezza. Si abbia il coraggio di usare anche i canoni estetici, e pazienza se qualcuno obietterà che si tratta di opinioni soggettive. Meglio un'opinione (soggettiva) verso il bello, che un metro (inestetico) che non considera il brutto. Così ai tavolini, nello scenario incantevole di piazza Navona, si potrà vedere tanta gente felice (e seduta) leggere un libro, prendere un caffè, consultare un iPad, e chissà che fra loro, in abiti magari meno formali, non ci siano quei «liberal» di trent'anni fa. Seduti ancora in un caffè.