L'amministratore di Vigonza Investimenti, proprietaria di edifici e pertinenze del Cinquecento «A deciderne il destino sono stati l'incomprensibile comportamento e i ritardi della Soprintendenza» Hanno speso 700 mila euro di tasca loro più un milione di finanziamenti bancari per rilevare nel 2006 villa Barisoni, una costruzione del XVI secolo, con edificio padronale e barchessa. Volevano farne un lussuoso albergo tipo Relais Chateaux, dimore storiche adibite ad hotel, con suites importanti. Le banche erano pronte a metterci altri due milioni per finanziare il restauro. Ma non se n'è fatto nulla. Il progetto è ancora in piedi, peccato che villa Barisoni cada a pezzi. Un incrocio irrisolto di competenze ha partorito una ragnatela burocratica più fitta della selva oscura di dantesca memoria. L'assurdo è che tutti dichiarano di volere salvare il complesso monumentale. Lo vuole salvare la Soprintendenza ai beni storici e ambientali, perché è il suo mestiere. La vuole salvare il Comune di Vigonza, che ha inserito il complesso nel proprio logo. Non si dirà che non lo vogliono i proprietari, che ci hanno investito i quattrini. Eppure queste volontà concordanti, messe assieme, danno come risultato zero: la paralisi da sette anni. Com'è possibile? Lo domandiamo a Raffaele Schiavon, amministratore di Vigonza Investimenti, la società che ha rilevato la cinquecentesca villa Barisoni nel 2006 dai procedenti proprietari, anch'essi determinati a restaurarla ma sfiancati dalla burocrazia. Schiavon, perché non avete fatto nulla finora? «Perché non sono mai arrivate le autorizzazioni dalla Soprintendenza. Ma se mi chiedete perché, io non lo so. Era un muro di gomma quello contro cui ci siamo battuti. Poi ci meravigliamo se le aziende implodono: sono questi casi che le mandano a picco». Il vostro investimento, a questo punto, che fine ha fatto? «Giace sotto le pietre della villa che va in rovina. Ci hanno bloccato con un vincolo che non esisteva, semplicemente comunicato nel 2001 per iscritto dall'allora Soprintendente del Veneto Guglielmo Monti e mai formalizzato. Io ho avuto gli incubi per notti e notti. Ma anche il Comune di Vigonza ha le sue responsabilità. Pensare che su villa Barisoni noi paghiamo l'Imu: è come se la Fiat pagasse il bollo sulle auto invendute che ha nel piazzale. Assurdo, con che cosa pago?» Vi siete rassegnati a non fare più niente? «Ormai il treno è passato, non ci sono più le possibilità di sviluppo degli anni scorsi. Il mercato attualmente è in stagnazione. Quando nella vita passano i treni non bisogna perderli, perché non ritornano». Il sindaco di Vigonza ha detto che potreste regalare la villa al Comune. «Anche se è il Comune, non vedo perché dovremmo regalarla. Piuttosto il sindaco potrebbe dire: cedetemi la villa ad un prezzo congruo e, come contropartita, vi do un'area edificabile altrove. Forse ciò potrebbe dare a entrambi delle chanches per recuperare l'iniziativa». Da un restauro storico volete tornare alla speculazione immobiliare? «Calma con la speculazione: noi siamo quelli che hanno realizzato in parte un intervento in centro a Vigonza, in un'area bloccata da 25 anni, facendone un boulevard, con una piazza che abbiamo dato al Comune. Noi privati, al Comune. Abbiamo dimostrato una visione che doveva essere degli amministratori pubblici. La speculazione è un'altra cosa: basta avere gli occhi per vedere che gli speculatori a Vigonza non siamo noi». Insomma per villa Barisoni non farete niente? «No, purtroppo la villa può solo crollare. Lo dico con amarezza, ma così a Vigonza e magari anche a Venezia capiranno che hanno perso un pezzo di storia. Noi attualmente abbiamo altre priorità: villa Barisoni oggi è fuori mercato, non possiamo permetterci un restauro in proprio. Io rappresento un gruppo, la Belvedere Costruzioni di Loreggia, che dà lavoro a 80 dipendenti, più altrettanti indiretti nell'indotto. Noi ora possiamo solo lavorare per conto terzi, altrimenti con che cosa pagheremmo gli stipendi? Se non lavora più nessuno, fino a che punto la cassa integrazione potrà intervenire?» Ma scusi, non è stato cementificato anche troppo fino adesso? Non è ora di mettersi a restaurare e ristrutturare, invece di continuare a costruire ex novo? «Domandiamoci perché s'è costruito troppo: non l'hanno fatto imprese strutturate come la nostra, che ha cinquant'anni, una storia di capacità, di professionalità, di esperienze. Chiunque ha potuto costruire in questi anni: almeno metà del prodotto degli ultimi quindici anni è stato realizzato da imprenditori improvvisati, che hanno dato al mercato costruzioni scadenti, senza garanzie, utilizzando anche lavoratori in nero. Noi non potevamo essere competitivi rispetto a loro. Adesso ci sentiamo dire che abbiamo guadagnato il massimo. Chi, noi?»