Riflessioni sulle orchestre straniere di pregio che vengono a suonare il nostro repertorio Nel giro di poche settimane abbiamo ascoltato in importanti teatri della Sicilia ionica, orchestre di Stato di Cina e Turchia (dirette dai loro abituali concertatori), finanziate dai rispettivi governi per proporre al pubblico italiano i classici del nostro repertorio. Una circostanza sulla quale riflettere dato che, nelle stesse settimane, alcune orchestre siciliane, sostenute da enti pubblici, versano in grande difficoltà economica e vedono contrarsi le occasioni di esibirsi. Il fenomeno delle tournées italiane di compagini straniere non è nuovo, ma sta cambiando aspetto ed è bene che chi ha a cuore la cosa pubblica si renda conto della trasformazione attuale e dei possibili esiti futuri. Fino allo scorso anno approdavano nei nostri teatri (generalmente provinciali) compagini orchestrali di basso profilo di stati e staterelli ex URSS che si impegnavano su una programmi senza pretese artistiche con finalità puramente ricreative. Ora sono giunte orchestre ragguardevoli, con intenzioni chiaramente artistiche. Non abbiamo più le Vedove allegre rappezzate, la serata rattoppata. Scomparso il cachet a prezzo stracciato (certe volte i musicisti ex URSS vivevano in roulotte spostandosi di piazza in piazza come i Pagliacci di Leoncavallo). I nuovi artisti sono tali, assolutamente all'altezza delle nostre più nobili tradizioni e pagati dalla loro madrepatria. E allora perché dobbiamo preoccuparcene? Proprio per questo. I loro Paesi stanno conducendo una politica di estensione precorritrice di analoghe manovre economiche (la Turchia verso la comunità europea, la Cina verso il mercato mondiale) e l'assimilazione in alto è esaltante per loro e amara per noi. Se domani le nostre orchestre giovanili (che hanno ancora qualche punto di vantaggio rispetto alle omologhe estere), chiudessero bottega, se le grandi orchestre e i cori di alta tradizione venissero smantellati, avverrebbe il sorpasso che abbiamo visto in tanti settori dell'economia globalizzata: sentiremo Puccini o Bellini diretti da un maestro di longitudini distanti dalla nostra, eseguiti da artisti educati in conservatori non nostri. Se dopo l'industria delle scarpe e dei frigoriferi sarà delocalizzata anche l'economia culturale e i nostri artisti scompariranno in misura più cospicua di oggi da cartelloni e festival, avremo perso uno degli ultimi vanti della patria di Dante e Raffaello, diventeremo una specie di parco ARCHEOLOGICO in rovina dove qualche viaggiatore verrà a riconoscere le tracce di un grande passato, ma le cui attività vitali pulseranno altrove, come avvenne per la Grecia sotto la turcocrazia, quando l'ellenismo splendeva a Vienna e Parigi, ma Atene era un villaggio i cui popolani non sapevano nulla del proprio passato. 13082014