Napoli - Se nella mitologia greca Pan era il selvaggio dio delle feste agresti coronate quasi sempre dalla gioia turbolenta di un'orgia, non è certo un caso che il nuovo Palazzo delle arti di Napoli, battezzato secondo l'acronimo di "Pan" appunto, debutti sulla scena nazionale con un'orgiastica se non addirittura dionisiaca supercollettiva dal titolo "The Giving Person. Il dono dell'artista", sotto la cura nonché direzione artistica di Lóránd Hegyi, che inebria le settecentesche sale di quello che nasce come Palazzo Roccella, fino al 10 agosto. Sempre più ebbra di contemporaneità, dunque, la strabiliante Napoli, che dopo aver sperimentato con successo le invasioni barbariche di iper-moderno al Museo archeologico, a Capodimonte, a Palazzo Reale, a piazza del Plebiscito, in metropolitana e non solo, collauda addirittura un nuovo spazio scenico adibito alla ricerca del contemporaneo. E prende in prestito un piccolo grande gioiellino di architettura borbonica, nell'elegante e centrale via dei Mille, a due passi dal lungomare, eretto nel tardo Seicento e rinfiocchettato a metà Settecento dal Vecchioni, stretto collaboratore dell'architetto reale Luigi Vanvitelli, per volontà della proprietaria, la principessa di Roccella, Ippolita Cantelmo Stuart, che come tutti gli Stuart aveva una predilezione per i giardini e ovviamente dotò la sua residenza di un "giardino delle delizie", perso ahinoi a metà del Novecento sotto l'eruzione urbanistica e stradale della città. Ed eccolo, allora, Pan che, con i suoi 6.000 metri quadrati distribuiti su tre piani, tenuti a battesimo da Comune di Napoli e dal suo assessorato alla Cultura, in collaborazione con Regione Campania e Provincia di Napoli, diventa la prima struttura civica destinata ad ospitare esposizioni temporanee, un centro di documentazione dotato di archivi, biblioteca e mediateca, assieme ad attività culturali e di laboratorio dal taglio fortemente sperimentale. E che, almeno sulla carta, punta ad interessarsi di tutto, dalla pittura alla scultura, dall'architettura alla fotografia, dal design al cinema, dalla video-arte al fumetto. E dopo la festa campestre, l'orgia, appunto. La rassegna espositiva che festeggia con oltre trenta opere, creazioni "site specific" e installazioni originali di altrettanti grandi artisti di fama internazionale, giovani e meno, che non inseguono un tema-chiave lanciato dal curatore, bensì un delirio personale, un tumulto individuale, una scossa empatica. Con un'idea di fondo, però. Di natura più antropologica. L'opera d'arte come "dono dell'artista". "Creatore di valori altri, che esplorano in profondità le possibilità di cambiamento del reale - dice il curatore - l'artista evita di cadere in una visione utopica, messianica e didattica, realizza un dono e offre un'interpretazione dolce, non violenta della realtà; non propone un modello assoluto, una soluzione pratica, tuttavia tocca la nostra sensibilità, risvegliando le individuali riserve emozionali. Grazie alla riflessione degli artisti sulla realtà che ci circonda, veniamo sensibilizzati e riusciamo a partecipare ai loro processi intellettuali, emozionali e psicologici riuscendo a coglierne la visione del mondo". La mostra, dunque, suggerisce la possibilità di artisti come Re Magi che portano in dono dal loro mondo idee d'oro incenso e mirra per leggere, capire e percepire la nostra realtà contemporanea. Gli artisti Magi offrono l'opportunità di partecipare ai loro processi intellettuali ed emozionali al cospetto della realtà e di capirla attraverso di loro. Antropologica o meno, la mostra rimane comunque un'orgia. Una grande e spettacolare orgia. Solo per citarne qualche dionisiaca presenza, ecco il visionario e lirico Jan Fabre che costruisce lungo tutta una sala un'enorme aiuola infarcita di pezzi di legno su cui rimangono incastonate reperti di armature dorate di cavalieri impossibili, Lancillotti e Tristani con volti di cavallette e locuste, elmi dalle vertiginose antenne, corazze e scudi di animali fantastici, resti di una battaglia di Anghiari in un mondo fiabesco. E l'eccentrico Roman Opalka col suo inno al grigio come "l'unico colore possibile", in barba a primari e secondari. E il furioso Hermann Nitsch, che imbandisce banchetti di cervelli conditi di sangue nauseabondo. La vestale Kiki Smith che sfoggia la purezza di scenografie candide, fatte di flebili creature bianche, sculture abbinate a lini e origami dai disegni evocativi. Luigi Ontani gioca col sua essere alter ego di se stesso infarcendo un'intera sala di presenze che ammiccano nel puntuale gioco autocitazionista. Due "ontani-sculture" in ceramica smaltata dove spicca un "ontani- faraone" di quasi due metri d'altezza venerato dai pannelli tondi con scene semoventi in base al punto di vista dello spettatore, e dalle fotografia pre-new age anni Settanta con "ontani-simil bacco" nudo con l'uva. Kameric Sejla Basic 1-3, 2002 Courtesy Galerie Ernst Hilger Vienna Ancora, la mappatura del cielo di Bianco-Valente, le sculture bianche di tre metri messe a semicerchio di Gianni Dessì. Il malinconico Ilya Kabakov racconta in uno slittamento temporale e percettivo lo squallore del quotidiano russo con un'installazione di grandi dimensioni, dove la povertà e la sfera privata di due tavole apparecchiate in modo surreale diventano una metafora dell'esperienza umana durante il regime sovietico e, allo stesso tempo, della condizione dell'uomo in senso universale e atemporale. L'hi-tech Matthew McCaslin ricorre alle moderne tecnologie fatte di computer, video, effetti sonori giocati con una nuova armonia, per umanizzare i freddi e alienanti prodotti industriali trasformandoli in un'alternativa positiva. Il suo è un tentativo di arrivare ad una sintesi tra ciò che viene creato dalla società post-industriale e un sentire poetico eterno, comune a tutti gli uomini. Clou intellettuale del percorso sono, però, "The Giving Person", titolo dell'opera e parole stesse con enfatico effetto didattico utilizzate dai due inglesi Gilbert George per esprimere che il ruolo dell'artista è quello di offrire con generosità la propria visione e il proprio pensiero all'osservatore. E "Il dono dell'artista", titolo-emblema di una famosa opera di Michelangelo Pistoletto che mette in evidenza come il "donare" sia l'essenza stessa della partecipazione, della condivisione e della solidarietà. Una Venere allo specchio. Notizie utili - "The Giving Person. Il dono dell'artista". Dal 26 marzo al 10 agosto 2005. Pan, Palazzo delle Arti Napoli, Via dei Mille 60. Napoli. La mostra è curata da Lóránd Hegyi, direttore del Pan. Orari: tutti i giorni, 9.30-19.30, festivi 14.00-19:30, chiuso il martedì. Ingresso: intero 5,00 ridotto 3,00 . Informazioni: tel. 081-7410067, 081-795 06 07. (29 marzo 2005)