Da un quarto di secolo e forse più si parla di un ticket d'ingresso a Venezia. Una città con 56 mila abitanti (un terzo di quelli degli Anni 50) e una media di 63 mila turisti al giorno, circa 23 milioni l'anno. Sul centro storico si ammassano ogni stagione di ogni anno visitatori soprattutto «mordi e fuggi». Quelli che restano poche ore e spendono poco, pur «costando» molto alla città, in termini di servizi da garantire (dalla raccolta dell'immondizia alla vigilanza). Quando arrivarono per la prima volta le nuove (e squattrinate) comitive dall'Est dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, si fece largo l'idea di un biglietto d'ingresso. Non se ne fece nulla, dopo tanti dibattiti. Restò nella memoria una frase dell'ex presidente della Biennale di Architettura, Paolo Portoghesi, che sintetizzava l'opinione dei contrari: «Venezia è un sogno, i sogni appartengono a tutti». La proposta è stata avanzata più volte e da ultimo ora viene rilanciata dal sottosegretario ai Beni culturali Ilaria Borletti Buitoni. Nel frattempo qualcosa è stato fatto per cercare di governare flussi turistici che seguono gli andamenti delle crisi e dei successi delle economie mondiali. Un esempio? Il ticket esiste già e viene pagato dalle comitive che arrivano con gli autobus, quelle che sembravano più invasive fino a qualche anno fa. Ora la maggiore offerta dei treni e le tariffe aeree low cost hanno cambiato il ritmo dei flussi. Il nuovo ticket sembra quindi solo un'estensione di quello esistente. Con un punto dolente in più: anche il primo si è dimostrato inefficace contro l'avanzata dei turisti e contro l'accentramento dei visitatori nel piccolo spazio dell'area di Piazza San Marco. Non è semplice far funzionare una città come un castello che alza e chiude i ponti levatoi a seconda che il visitatore sia in possesso oppure sia privo di un biglietto d'accesso. Il primo a capire l'impraticabilità della soluzione è il governatore veneto Luca Zaia, che però suggerisce un rimedio di altrettanto ostica realizzazione: il numero chiuso. Non fossimo comunque ottimisti sul futuro della ex Serenissima, dovremmo pensare che, come scrisse Francesco Giavazzi su queste colonne, non ci sia altro da fare che affidare la città per 30 anni alla Disney.