«Sono felice. È stata una serata bellissima». Riccardo Muti riesce finalmente a lasciare il palco, dove lo richiamano applausi, cori, fiori che continuano a volare giù sul maestro e sulla sua orchestra, i Wiener PhiIharmoniker. È rientrato e uscito tre volte. Non è bastata l'inattesa «Forza del Destino» ad appagare la voglia di bis e di tris e di Muti. «Che cosa c'è da aggiungere? Ha visto tutto...» scivola via dopo che il teatro si è dimostrato ancora una volta il suo teatro e Milano una città innamorata della sua bacchetta. Arriva dietro le quinte con un fiore in mano e sono ancora applausi. Sorride: «Ho salutato tutti». E davvero dal podio sembra che li abbia cercati con un sorriso a uno a uno. Cronaca banale di una serata che non poteva che non finire in un lunghissimo applauso, un tentativo di far finta che non sia successo niente, che Muti sia ancora la Scala e la Scala Muti. Sembra la prima del 7 dicembre. Invece no. E la lunga sfilata in camerino dà il senso di una separazione e di una perdita dolorose e non ancora elaborate, nonostante i giorni siano diventati mesi. Arriva Pier-erdinando Casini e il presidente della Camera rende esplicito il significato simbolico e istituzionale della sua presenza nel palco reale, tra il sindaco di Milano Gabriele Albertini e il ministro dei Trasporti, Pietro Lunardi: «Il mio essere qui è un omaggio al maestro e a quel che lui rappresenta. Muti è un grande, orgoglio della cultura italiana e noi siamo fieri di avere la possibilità di rendergli omaggio». La ferita è aperta e anche la violentissima passione del pubblico riesce a esplodere solo alla fine, lungo un percorso di tensioni e imbarazzi e non detti e desideri tenuti dentro e finalmente lasciati andare. All'inizio è un applauso brevissimo. La platea è già pronta ai fuochi d'artifìicio per il gran ritorno, a un mese esatto dalla lettera di dimissioni datata due aprile che ha segnato l'addio alla Scala. Ma Riccardo Muti non è cambiato: bastano pochi secondi e subito ferma gli applausi e accende le note. Solo durante l'intervallo accetta quello che è un tributo non a lui ma alla sua musica. Lo richiamano due volte e lo sommergono di applausi. È solo un assaggio dell'ovazione finale. In camerino c'è il sovrintendente uscente, Mauro Meli, che da oggi sarà sostituito da Stéphane Lissner ed è uno dei primi a correre da Muti. E poi Albertini, il prefetto Bruno Ferrante, Valentina Cortese che raccoglie in uno dei suoi slanci il sentire generale: «Speriamo che torni per il bene della Scala». In sala il regista e scenografo Pierlugi Pizzi, il banchiere Giovanni Bazoli e l'ex ministro Umberto Veronesi. Come dire, la città. Milano ha avuto la sua dose di Muti ma non sa quando accadrà ancora. «Sono senza biglietto» si lamentava davanti all'ingresso uno dei tanti cartelli. Questo è stampato al computer, ha la foto di Muti mentre dirige e lo brandisce Lucio Peres, uno dei molti esclusi dalla «sorpresa» di Haydn e dal «Divino poema» di Skrjabin: lui, come tanti, è stato costretto al maxischermo in Galleria Vittorio Emanuele: «Non avrei mai pensato che questo concerto fosse l'ultimo...» La scommessa del nuovo sovrintendente e del Cda adesso è fare in modo che sia il primo di una nuova serie. E i consiglieri in sala si lasciano andare all'ottimismo. «Non è un addio ma un esordio da direttore ospite» commenta Fedele Confalonieri, che per solidarietà con il maestro si è dimesso da presidente della Filarmonica. Ancora più esplicito il vicepresidente della Fondazione, Bruno Ermolli: «Sono fortissimamente propenso a pensare che sia un arrivederci. La Scala non può fare a meno di Muti e Muti non può fare a meno della Scala».