Già Ovidio sapeva che «la bellezza è un bene fragile»; per Oscar Wilde, «non può essere interrogata, perché è il regno del divino». Ma per troppo tempo Roma ha lasciato che la Grande Bellezza si confondesse con la Grande Monnezza: camion-bar, perfino dai prezzi che sanno di rapina; finti gladiatori, e venditori di oggetti autentici quanto loro; ricordini made in Taiwan, o dove preferite; mangiafuoco e paccottiglia varia: collanine, portachiavi, mimi. E si può continuare a lungo. A Piazza Navona, rna anche a Fontana di Trevi; al Colosseo, rna anche sui Fori Imperiali; al Pantheon, oppure a Campo dei Fiori. Piazza Farnese si salva soltanto perché è sede di un'importante ambasciata ed è sempre vigilata. Al Pantheon, un giorno ho contato 27 venditori, pronti (s'intende) a fare fagotto e a darsela a gambe: è Bellezza, questo spettacolo indecoroso anche per i turisti, che chiedono spiegazioni a chi passa, un bel biglietto da visita? Chi adori questa città, lo deve urlare. John Keats, poeta che tanto amava l'Urbe da volervi essere sepolto (il suo nome «è scritto sull'acqua», recita la lapide), proclamava che «la bellezza è verità, e la verità bellezza»: ma, parafrasando, anche la legalità è bellezza. La bellezza reclama regole certe e condivise. Non tollera gli abusi, chela sfregiano. Non sopporta l'uso privato di un bene che, prima di tutto, è pubblico: di ognuno di noi, ovunque abiti e viva. Questa vicenda è di tutti. Ricordo piazza Navona 45 anni fa. Bar e tavolini esistevano già; purtroppo, c'erano anche i veicoli: e lo spazio, giù dai marciapiedi, era per loro. Ma non mi risulta che i bar, intanto, siano andati in fallimento: anzi, tutt'altro. A Venezia, in piazza San Marco, il celeberrimo Florian, e anche il Quadri o il Lavena, hanno i propri tavolini, e perfino una loro orchestrina: ma non si sognano di sconfinare neppure di un centimetro dallo spazio che gli è concesso. Così a Firenze Rivoire, con la sua cioccolata da urlo davanti a Palazzo Vecchio. Sono piazze che mantengono i lavoratori e i camerieri; ma pure la loro bellezza. Roma, invece no: Roma si distingue spesso in baruffe che sono tutt'altro che chiozzotte, e poco hanno della commedia. Bellezza fa rima con certezza: regole sicure perché possa essere conservata. La storia è assai semplice. Nel tempo, i tavolini avevano guadagnato spazio, come purtroppo dappertutto. E il Comune l'ha voluto delimitare. Non era un suo diritto: era un suo dovere. Così come dovrebbe pensare a tutto il centro (però, anche a tante periferie). Non cancella i tavolini, né priva cittadini e turisti del piacere di accomodarvisi: si limita appunto a limitarli. Come dovrebbe fare, forse con maggiore risolutezza, non per i pittori da strada, bensì peri tanti rivenditori di croste altrui, che invadono «una delle più belle piazze di Roma», per : citare, tra i tanti, il conte; Donatien-Alphonse-François de ; Sade, che si faceva chiamare i «divin marchese». : Non è la prima volta che la i piazza mostra qualche problema. ; Charles de Brosses diceva: «Sarebbe un luogo meraviglioso, se non fosse tanto sporco»; Émile Zola, trasferito il suo mercato a Campo dei Fiori, la trovava i «abbandonata a se stessa». In uno i dei suoi ultimi articoli, Miriam Mafai proclamava: «La piazza più bella d'Europa non esiste più, è uno spazio occupato disordinatamente dalle più varie, banali e volgari attività commerciali»; eloquente il titolo: «La prevalenza del suk». Ora, qualcuno propone di unificare il modello dei dehors e dei tavolini: ben venga. Ma, per favore, non scomodiamo le archistar. A una di loro è stata affidata piazza San Silvestre: non mi pare che il risultato sia gran cosa. E poi piazza Navona di archistar non ha bisogno: ne possiede già due. Si chiamano Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini. Anche se se ne sono andati nel 1680 e nel 1667, lavorano ancora. Ogni giorno, e a ogni ora, soprattutto nei 13.300 metri quadrati di quella piazza, per ciascuno di noi: purché possieda occhi per guardare e cuore-cervello per sentire. Chiedono soltanto di poter continuare a lavorare. Un po' di tavolini, forse non gli darebbero tanto fastidio; troppi, sicuramente sì. Per unificarli, basta un buon designer: ce ne sono tanti. Per limitarne il numero e l'invadenza, un po' di buon senso, e un Comune che faccia (finalmente) il suo dovere