Ci fu un tempo in cui a trascorrere l'estate in città, anche ad agosto, anzi ancor meglio se di agosto, era la più bella vacanza, quella che si trascinava appresso una sensazione sconosciuta di libertà, dovuta a esperienze spesso d'avanguardia perché ricche dei tanti modi d'interpretare la civiltà urbana attraverso il teatro, il cinema all'aperto, la musica, la poesia, con un effimero che effimero non era e non ancora, a volte, se "scompone il passato e il presente disordina il luogo e il tempo". Sì, ci fu per davvero più di un agosto in cui, come cantò Lucio Dalla, ogni sera era la sera dei miracoli, lì dove "si muove la città con le piazze e i giardini e la gente nei bar galleggia e se ne va, anche senza corrente camminerà ma questa sera vola, le sue vele sulle case sono mille lenzuola". Per riprenderci con la memoria un po' di quelle estati lontanissime ci rifuggiamo nelle parole dei poeti, prima di Mario Luzi e poi di Dalla, ed una fortuna che si possa farlo almeno così, stando chiusi nella propria casa, da soli, spaventati come siamo per quello che accade alla nostra città, che fu la prima nella seconda metà degli anni Settanta a inventarsi il perpetuo mutamento di un'estate "metropolitana". Ora finalmente ad accorgersi della "cosa" che stiamo subendo ci sono anche le voci e le immagini di giornali né distratti né veneziani: L'Espresso che scrive di una Venezia sempre meno città e che forse non lo è neppure più (anche se il numero dei "visitatoti" irresponsabili è più vicino ai 35 milioni l'anno che ai 24); El Pais che inorridisce di fronte a un turismo divorante che ha rubato l'anima alla città, facendo di una risorsa, il turismo, la tragedia di Venezia o il Corriere della Sera che narra di accampamenti sotto i colonnati, picnic con tovaglia in piazza San Marco, abbronzatura inguinale nei campielli, sesso su un ponte in pieno giorno. In realtà, a sparire dalle nostre vie di residenti nella città antica, e servendosi delle parole di Mario Luzi, sono il passato e il presente, il luogo e il tempo, e questo perché siamo stati cacciati dentro all'impossibilità di essere noi stessi, come ci immaginavamo di essere, credendoci cittadini di Venezia, che sarebbe dovuto restare il luogo di un presente cui avevamo diritto assieme al passato, cui adesso ci costringono a rinunciare. I giornali quotidiani di Venezia fanno la loro parte e la fanno bene, nel senso che non sfugge loro nemmeno uno spruzzo del fango che insozza la città. Ma questo non basta, non basta affatto, perché la politica locale, messa tra parentesi, ha lasciato un vuoto spaventoso ed estremamente nocivo in quanto, essendo sparita ogni pur debole forma di vigilanza istituzionale, è messa a rischio la sicurezza di chi è costretto a vivere o ad attraversare Venezia in un'estate da incubo. Così diventa scontato il richiamarsi alla "morte a Venezia", tanto più nei giorni in cui qualcuno ha fatto dipingere sui masegni di qualche campo bianche sagome di cadaveri sul modello di quanto si fa in caso di persone assassinate, comunque uccise in malo modo. Sagome cadaveriche per indurre il turista a non favorire il mercato "criminale" di merci contraffatte. Ma come si fa a non capire che quei "segni" spiaccicati sul suolo di Venezia non fanno altro che richiamare nella testa di milioni di "visitatori" l'idea che si tratti di una stravaganza del carnevale veneziano o tutt'al più dell'opera di un qualche artista invitato dalla Biennale? E nella nostra mala estate appartiene di diritto il primato del peggio e dell'illecito a ciò che accade da settimane, senza che nessuno intervenga a impedire una colossale sconcezza: dalle parti in fondo alla calle dell'Angelo, in direzione delle calli Cassellaria e delle Bande, qualcuno, che fuoriesce da una specie di bugigattolo, chiama, come si fa con i numeri della tombola, decine e decine di persone che in possesso dei numeri chiamati si vedono consegnare qualcosa di incartato e forse di commestibile. E così si assiste a un'incivile e sicuramente illegale colazione di massa, con gente buttata per terra e che lascia per terra, su ponti e calli, immondizie d'ogni genere. Tutto ciò a due passi da San Marco, nella speranza che il commissario Zappalorto si possa sentire autorizzato a far intervenire una qualche forza dell'ordine non ancora terrorizzata dalla sempre più aggressiva illegalità diffusa. In questa "non più città" certamente ci sono non meno di due livelli di criminalità: il primo è venuto alla luce con le indagini giudiziarie dell'ultimo anno, il secondo è una sorta di magma sociale a composizione mista, in parte veneziana e in parte straniera, che tende ad assumere i contorni propri di una vera e propria mafia. Di qui, ove ci fosse un qualche parlamentare veneziano di buona volontà, e ce ne sono di sicuro, sarebbe doveroso che il suddetto parlamentare invitasse il ministro Franceschini a fare una visita a Venezia città, però subito, nel corso dell'agosto veneziano perduto nella peste turistica. Una visita che porti il ministro non alla Biennale o alla Fenice, ma sul ponte dell'Accademia o a piazza San Marco o lungo le calli o sui vaporetti che portano sempre e comunque a San Marco. Se la farà, la visita, la faccia in incognito come usavano fare i principi e i re desiderosi conoscere il vero. Il vero orribile, per esempio, che sta devastando con interventi assurdi il piazzale Santa Maria Elisabetta al Lido o tutto ciò che di mostruosamente distruttivo accade in una città antica di poco più di 50 mila nativi uccisa da una marca di 34 milioni l'anno di "visitatori" non turisti. Oltretutto Franceschini è anche ministro al Turismo, delega da cancellare se si considera l'enorme impegno di chi ha la responsabilità di tutelare e quindi di salvare la Pompei del terzo millennio, qual è destinata a essere Venezia, e non poche sono le altre possibili Pompei del nostro paese.