Quante volte abbiamo sentito parlare, negli scorsi anni, della possibilità di dismettere le caserme inutilizzate? Grazie a un protocollo siglato con il ministero della Difesa, ora la palla passa al Comune, che è l'ente che può agire sugli strumenti di pianificazione urbanistica. Questo è un passaggio cruciale: il problema non è la proprietà della caserma, ma la sua destinazione d'uso. Visto che quest'ultima è determinata dalle autorità locali, tanto vale fare gestire a loro il processo di riqualificazione. Il sindaco Pisapia ha parlato di restituire i siti militari inutilizzati alla città «come spazi verdi e servizi». Parliamo dei Magazzini di Baggio in via Olivieri e di piazza delle Armi in via Forze Armate (che, di fatto, appartengono allo stesso plesso) e della Caserma Mameli in viale Suzzani, non lontano da Niguarda. Nel primo caso il sindaco ha ipotizzato la creazione di un «parco in una zona di periferia», nel secondo «interventi di edilizia convenzionata, oltre al recupero di strutture per servizi sociali o per iniziative culturali». Pare non sia contemplata un'altra soluzione: la cessione di quelle aree ai privati. Se l'obiettivo è quello di venire incontro a una domanda di abitazioni a basso prezzo, sarebbe immaginabile il coinvolgimenti di quei fondi (non solo pubblici) pensati proprio per l'investimento in housing sociale. È improbabile che una loro partecipazione al progetto lo renda profittevole per il Comune: ma potrebbe, perlomeno, ridurne l'impatto sulle casse comunali. La realizzazione di un parco, al contrario, è per definizione un investimento della collettività. È possibile che sia avvertita da più parte la necessità di un'area verde in periferia. Siccome però la si dovrebbe realizzare coi soldi di tutti, è bene non solo accertarsi che risponda a un bisogno effettivo - ma che si tratti dell'uso più sensato dei quattrini dei milanesi, oggi, in un momento in cui la crisi non cessa di mordere. La predisposizione di uno spazio verde potrebbe essere un corrispettivo, un onere di urbanizzazione da «scambiare» con la cessione dell'area. Si dirà: a Milano l'offerta è abbondante, il mercato immobiliare è fermo, pare che neanche Sant'Expo riesca a farlo ripartire, il rischio è quello di una «svendita». Da anni siamo messi in guardia, contro il pericolo di non incassare abbastanza dalle privatizzazioni. Il bel risultato è che non si vende mai nulla ma, più procede la crisi, più forte è l'impressione che i valori esigibili si assottiglino. Se siamo convinti che il primo compito del Comune sia fornire buoni servizi alla cittadinanza, non si capisce perché escludere, a priori, l'ipotesi di una «privatizzazione». Difficile che una vendita vada a buon fine in una congiuntura così complessa? Può darsi, ma non c'è bene che possa trovare un acquirente, se viene tenuto a debita distanza dal mercato. Per basso che possa essere il prezzo spuntato, è sicuramente più conveniente incassare poco, che impiegare altri soldi dei milanesi per la ristrutturazione straordinaria, e poi per l'ordinaria manutenzione. Si può far cassa o ampliare il patrimonio immobiliare comunale. Ci sono dubbi, su ciò di cui oggi c'è più bisogno?