MANCANO i cartelli rossi della M1, che non è ancora arrivata ed è un progetto chiuso da 30 anni in un cassetto. Dovendo trovare qualcosa che stia a Milano come il Colosseo a Roma, in tanti direbbero Duomo e quando l'Expo spingerà Milano, sarà ancora una volta l'immagine che i media nel mondo useranno più spesso per illustrare al volo, in un'icona, la città. Se la M1 fosse uno Stato, la fermata Duomo sarebbe la sua capitale. E degni della vera capitale, Roma, furono anche i lavori di costruzione. L'archivio fotografico di Luigi Zaretti, l'ingegnere responsabile degli scavi della metro, è stato ceduto dalla vedova un paio di anni fa in Svizzera, all'archivio dell'Accademia di Architettura di Mendrisio. Gli scatti più impressionanti sono quelli in cui davanti alla cattedrale la terra si apre. Degni di Roma, dove sottoterra se ne trovano dovunque e sono detti, con un certo fastidio, «cocci », furono pure i reperti archeologici rinvenuti dalle ruspe di Zaretti, unico caso rilevante della linea. Per i milanesi non cocci ma pepite. Pezzi dell'antica Basilica di Santa Tecla e del battistero di San Giovanni alle Fonti, dove Sant'Ambrogio pare abbia di persona battezzato Sant'Agostino. Brandelli del tesoro si possono sbirciare sotto teca nella stazione, da dove, ai mezzanini, è a disposizione l'ingresso per i disabili al battistero, che per tutti gli altri si trova invece all'interno della cattedrale, appena varcata la porta. Si paga un biglietto, 6 euro, ma tutto in Duomo ha un prezzo che serve a mandare avanti le costose fatiche della Veneranda Fabbrica. Una macchina che non avrà nel 2015 il suo ascensore per visitare le guglie più in fretta e che fa sempre più fatica a conservare i beni ecclesiastici sotto la Madonnina, quota 108 metri e mezzo, un tempo vetta estrema cittadina, non solo in senso figurato. Un primato mandato in pensione in via definitiva da Expo e grattacieli, che senza guardare allo spirito, stanno più vicini al cielo e movimentano interessi più consistenti. Sottoterra però, dove la M1 incrocia la M3, è tutt'altro che un inferno il paese di negozi e pertugi intagliato nei tunnel. Nella galleria Santa Redegonda il caro vecchio Mariposa continua a vendere dischi, specialità metal e rock, anche se per cavarsela deve esporre in vetrina qualche poster di Justin Bieber. Di fianco, in un bar tabacchi, a marzo sono stati vinti 5 milioni di euro al gratta e vinci, il titolare lamenta la mancanza di gratitudine del fortunato. I sottopassi della M1 si diramano a raggiera, e per descrivere come cambia o rimane uguale la città là dove sbucano, servirebbe un atlante. Verso il Verziere e la Statale, in piazza Fontana molti ragazzi fotografano la doppia lapide per l'anarchico Pinelli, sinistra e destra, in una ucciso nell'altra morto. Sbarrati sono gli arredi, le moquette, le poltrone regali del cinema President in via Larga. A Palazzo Reale, che l'anno prossimo avrà la sua mostra su Leonardo (ancora ignoti i dipinti in arrivo) si sposa una coppia peruviana. Tra via Mazzini, via Orefici e via Torino è un caos di rotaie, il pavé sconnesso ha un profilo orografico quasi appenninico. In via Spadari le storiche insegne del gusto espongono la loro rassicurante gioielleria gastronomica mentre arrivando in piazza Pio XI, il meraviglioso mondo dell'Ambrosiana affaccia su di un'ordinata area pedonale. Palazzo della Ragione con la mostra di Salgado inaugura una nuova vita da museo fotografico, ma Piazza Mercanti rimane sporca, offesa da un'orrenda scala di servizio che deturpa il portico. Invece la Galleria freme, l'impalcatura high tech sponsorizzata dalle griffe la pulisce giorno e notte, mentre il Camparino espone pubblicità firmate da Munari, le stesse che per prime comparirono nella M1. In via Silvio Pellico nell'albergo Regina, dove le SS portarono il terrore oggi la Bank of China porta denaro. Arriverà la notte, e tra piazza Diaz e dintorni si accenderanno le misteriose insegne al neon della Pigalle di zona. Shillings, Foca Loca, Venus, Ciao Ciao, Don Perignon, Porta d'Oro.