NEW YORK I quadri d'autore hanno quotazioni che crescono nel lungo termine e sono oggetto di aste e di compravendite, come le azioni e le case. Con queste ultime condividono anche l'iscrizione al club dei beni rifugio. Eppure, il matrimonio tra arte e finanza è stato tentato più volte e non è mai stato celebrato fino in fondo. Perché le opere d'arte, pur essendo un asset di indiscusso valore, hanno un livello di liquidabilità agli ultimissimi gradini della scala e le performance appaiono tra le più volatili. Eppure, la presenza dei tanti fattori (prezzi, rivalutazioni, mercato) che accomunano sia pure con pesanti distinguo i pezzi d'arte con gli altri asset considerati normali oggetto da investimento ha stimolato da tempo collezionisti, finanzieri e professori di economia a cercare la formula giusta per creare canali per lo sfruttamento di massa del valore potenzialmente crescente degli esemplari artistici. Lo sforzo fatto con maggiore rigore accademico è forse quelle dei due professori della Scuola di Business Stern, presso la New York University, Michael Mose e Jianping Mei, che hanno creato il MeiMose Fine Alt Index che rappresenta i prezzi delle opere vendute dalle maggiori case d'asta. In teoria, tanto più accurata e completa è la registrazione delle quotazioni emerse realmente durante le diverse aste, tanto più affidabile è il trend che si ricava. E' evidente che il limite oggetti-vo della ricerca risiede nel fatto che le aste di Sotheby's, di Christies e delle altre ditte che trattano a livello internazionale il mercato dell'arte non avvengono con frequenza quotidiana, come le sedute di Borsa. Non solo sono più rarefatte, ma riguardano settori che hanno storia, pubblico e caratteristiche artistiche diverse. Con queste premesse, i due docenti hanno costruito comunque 4 sotto-indici, ne hanno ricavato i valori per l'ultimo mezzo secolo e li tengono ora aggiornati paragonandoli all'andamento dello Standard Poor's 500 delle principali azioni di Wall Street. I risultati sono sorprendenti. Per un verso gli esperti dei flussi finanziari e gli -ìservatori del mercato dell'arte concordano nel non considerare correlati i titoli e i dipinti. Addirittura, le società di consulenza di emanazione bancaria, o di provenienza dal mondo artistico, che si sono costituite negli ultimi anni per assistere privati e istituzioni nella difficile navigazione tra il parterre di Wall Street e i pezzi d'autore su un punto sono d'accordo: l'arte, al pari di tanta parte del mondo delle commodities, può svolgere il ruolo dell'asset non correlato all'interno di un portafoglio complesso. Ma alla prova dei fatti, sul lunghissimo periodo, il ritorno di SP500 e degli indici dell'arte combacia. Dal sito dei due docenti (ht-tp :www. stern.nyu. eduomfa-cultymoseslogin.cgì, il cui accesso è gratuito previa iscrizione), Tuttosoldi ha ricavato le performance dell'arte a un anno, a 5 e a 50 anni. A dispetto dell'acclarata non convergenza tra le blue chips e i Van Gogh o i Picasso, sul lunghissimo termine è impressionante la pressoché perfetta replica dei risultati tra lo SP50C e le 4 sezioni del The MeiMose Fine Art Index. A 50 anni, contro il 10,9 annuo medio delle azioni, l'indice Globale dell'arte ha dato il 10,5, quello degli autori americani pre Anni 50 il 10, quello degli Impressionisti e dei Maestri il 10,7, quello dei pittori classici il 10. A 5 anni, la volatilità è evidente tra le categorie artisti-che, che sono tutte positive (7,3; 9,4; 6,3 e 3,2 rispettivamente, secondo lordine citato in precedenza) e battono lo SP500, negativo del 2,4. Nell'ultimo anno, infine, le azioni hanno reso il 10,9 mentre l'arte, in ordine sparso, ha dato il 13 (Globale), il 25,2 (Americanipre Anni 50), il 14,3 (Impressionisti) e l'I ,8 (Vecchi Maestri). Un fondo previdenziale per dipinti e artisti Le riviste americane, a riprova dell'attualità del tema in America, hanno trattato l'argomento dell'arte da investimento diffusamente, fornendo anche liste dì operatori: Business week l'ha fatto in febbraio, e Barron's in aprile, per esempio. Il primo settimanale ha elencato una serie di iniziative o appena avviate o sul punto di farlo: la banca Abn Amro sta pensando a Un fondo di fondi specializzati nell'arte e conta di vendere le quote attraverso il private banking; l'American Art Fund punta a raccogliere 100 milioni di dollari entro l'anno per entrare nella compravendita lucrosa di arte americana; il Collectors Art Fund ha appena lanciato un fondo che investirà in arte contemporanea e postbellica; la Fernwood Art Investments sta rastrellando 150 milioni di dollari per un fondo di settore che potrà cogliere opportunità sul mercato artistico; Mutual Art sta progettando una iniziativa che coinvolgerà investitori e un certo numero di artisti in una sorta di fondo previdenziale che dovrebbe garantire una pensione ai pittori e un certo ritorno agli aderenti esterni; The Fine Art Fund ha già raccolto un centinaio di milioni di dollari sui 350 che ha pianificato di investire in 4 diversi comparti artistici. Il settimanale finanziario Barron's ha condotto un'inchiesta intervistando gestori e collezionisti, citando il The MeiMose Fine Art Index come «indice indipendente sviluppato da due professori delle New York University».