L'Alma Mater Studiorum potrebbe diventare per Bologna quello che gli Uffizi sono per Firenze o Palazzo dei Diamanti è per Ferrara: il fiore all'occhiello di una proposta turistica «dotta». E, per cominciare, il soggetto centrale all'interno del progetto di promozione turistica su cui il Comune sta lavorando e in cui pare credere molto anche la stessa Università. Perché è vero che in città ci sono le Due Torri, San Petronio, le opere di Morandi, il portico di San Luca e i tanti tesori artistici e architettonici più o meno nascosti nel centro storico; ma l'Università più antica dell'Occidente è senza dubbio (insieme ai tortellini) il «prodotto» più conosciuto di Bologna nel mondo. Invece, come ammetteva ieri dalle nostre colonne il prorettore Roberto Nicoletti e come tutti i bolognesi possono verificare ogni giorno, l'Università è la grande assente del turismo made in Bo: nessuna informazione dedicata sul suo portale, nessun punto informativo agli ingressi della città (stazione, aeroporto), nessuna attenzione per i visitatori. Perché se è vero che è (sempre) un problema di risorse, allora forse bisognerebbe cominciare a ribaltare i termini del dibattito e verificare quanto, anche in termini di ritorno economico e d'immagine, una sorta di «ufficio turistico d'Ateneo» potrebbe ripagare l'Alma Mater dei suoi sforzi, senza ovviamente distoglierla dalla sua mission (didattica e ricerca). E senza contare le ricadute positive sulla città intera. L'elenco dei gioielli su cui puntare è lungo: dalla ricchissima Biblioteca universitaria ai palazzi storici, dal prezioso sistema museale universitario (meta ideale per le famiglie, per esempio, basterebbe soltanto modernizzare un po') al già celebre teatro anatomico anche se l'Archiginnasio, dove si trova, è comunale , dall'orto botanico (anch'esso non in ottime condizioni) all'incredibile museo delle cere anatomiche di via Irnerio che fa impallidire la tanto acclamata mostra (passata per Bologna e per mezzo mondo con un giro di visitatori astronomico) dei corpi plastinati. I grandi campus del mondo anglosassone, da Oxford ad Harvard, dal Mit a Stanford, offrono, a partire dalle homepage dei loro siti, visite guidate e ampie sezioni interamente dedicate ai turisti della cultura. E in quei templi del sapere c'è ben poco da vedere, in realtà, comunque molto meno rispetto a quanto avrebbe da offrire l'Alma Mater, data di fondazione 1088. Certo la dimensione del campus aiuta la visita, con gli edifici concentrati e i prati invitanti in cui fermarsi a respirare cultura. Qui da noi, invece, l'Università è «diffusa», occupa a macchia di leopardo buoni pezzi di città: impossibile, insomma, abbracciarla tutta in una visita. Tuttavia le difficoltà logistiche non dovrebbero impedire di valorizzare un patrimonio secolare che nessun'altra città, proprio come accade per gli Uffizi di Firenze, potrà mai mettere insieme. Ieri, passeggiando lungo una via Zamboni desolatamente vuota, si potevano incontrare sparuti capannelli di turisti in cerca di «attrazioni». Varrebbe davvero la pena aiutarli a trovarle.