I dati parlano chiaro: ben il 10 delle coste italiane sono artificiali e alterate dalla presenza di infrastrutture pesanti come porti, strutture edilizie, commerciali ed industriali che rispecchiano l'intensa urbanizzazione di questi territori in continuo aumento e dove si concentra il 30 della popolazione. Le più colpite Sicilia e Sardegna, con 95 e 91 casi rispettivamente di nuove aree costiere invase da cemento, ma a segnare un record negativo è la costa adriatica dove meno del 30 del waterfront è libero da urbanizzazioni. Il tutto documentato da una serie di foto che illustrano i casi più eclatanti regione per regione. Persino le aree protette che l'Europa ci chiede di salvaguardare hanno subito interventi e rischiano di scomparire pezzo dopo pezzo. Un quadro che conferma quanto denunciato quest'anno dallo stesso ISPRA, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che ha definito lo stato di conservazione complessivo degli habitat costieri di interesse comunitario "non soddisfacente" (cattivo o inadeguato) per l'86,7 a fronte di un dato medio di tutti gli habitat presenti in Italia del 67,6 Ma di chi è la responsabilità? Sul banco degli imputati ci sono soprattutto, ma non solo, le aziende che operano nel settore turistico che, spesso con il beneplacito delle amministrazioni locali e dimenticando che una buona offerta turistica è quella che preserva le bellezze del territorio, si fanno complici di una cementificazione che, oltre al danno ambientale, contribuisce a svilire luoghi che tutto il mondo ci invidia. E l'intricata giungla normativa non aiuta a preservare le nostre coste: la gestione è "condivisa" a diversi livelli (Stato, Regioni, Enti locali), un disordine normativo che rende impossibile capire chi davvero abbia il compito di intervenire a tutela dell'ambiente costiero. La 'ricetta' del Wwf è semplice: innanzitutto "garantire il rispetto delle normative e adottare politiche fiscali incentivanti sui comuni per la conservazione di ciò che resta ancora 'libero' da cemento lungo le coste" e poi una moratoria che blocchi nuove costruzioni e che l'associazione ambientalista chiede con forza a Governo, Regioni e Comuni. Infine il Wwf ritiene necessario estendere i vincoli paesaggistici di tutela dai 300 metri ai 1000 metri di battigia. "Si pensa che lo scempio delle coste sia legato al passato, agli anni del boom delle seconde case e della grande speculazione edilizia o del raddoppio delle concessioni demaniali del 2000: purtroppo non è così perché l'invasione del cemento non si è mai fermata", ha affermato Gaetano Benedetto, direttore politiche ambientali del Wwf Italia "Solo una visione miope e scellerata può consentire questo scempio" afferma Donatella Bianchi, presidente del Wwf Italia, che aggiunge: "Gestione integrata, uso sostenibile e attento, rinaturalizzazione dovranno essere le parole chiave del futuro, magari investendo in un lavoro di recupero e riqualificazione delle nostre coste, speculare a quello invocato da Renzo Piano per le aree periferiche delle grandi città. Se si riuscirà a fare tutto questo tra 10 anni la fotografia dallo spazio sarà meno inclemente e potremo dire di essere riusciti a salvare la nostra 'Grande Bellezza' che confina col mare".
Wwf, come cambiano le coste negli anni. Le foto prima e dopo
I dati mostrano che il 10% delle coste italiane sono artificiali e alterate da infrastrutture pesanti. Le regioni più colpite sono Sicilia e Sardegna, con 95 e 91 casi di nuove aree costiere invase da cemento. La costa adriatica è la più colpita, con meno del 30% del waterfront libero da urbanizzazioni. Le aree protette hanno subito interventi e rischiano di scomparire. L'ISPRA ha definito lo stato di conservazione degli habitat costieri "non soddisfacente". Le aziende turistiche sono responsabili della cementificazione, spesso con il beneplacito delle amministrazioni locali. La gestione normativa è complicata e non aiuta a preservare le coste.
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