Professor Davide Rampello, gli storici dell'arte sono tutti d'accordo nel condannare i selfie davanti alle opere. Ma cosa dovrebbe fare un museo per attrarre visitatori ed educarli, soprattutto all'interattività? «Ma cos'è l'interattività: un surrogato delle emozioni? E poi, educare non è il compito di un museo ma della scuola. Per voltare pagina, si inizi a insegnare l'arte e l'architettura fin dalle prime classi, perché l'uomo non deve essere interattivo ma vivo e consapevole su ciò che lo circonda. Per Expo Milano 2015 ho cancellato tutto ciò che facesse riferimento all'interconnessione. Bisogna leggere di più, frequentarsi, parlare. È in questo modo che si forma la coscienza delle persone. Per quanto riguarda i selfie mi chiedo: perché avversarli? In fondo sono sempre esistiti. Prima si chiamavano autoscatti e oggi, che vanno tanto di moda i termini anglosassoni, si chiamano in altro modo. Ma la voglia di portarsi a casa un ricordo è vecchia come il mondo. Dunque non mi scandalizzerei più di tanto». Da cosa dovrebbe ripartire un museo, e nel nostro caso gli Uffizi, per stimolare l'interesse dei visitatori? «Innanzitutto andrebbe reinterpretato il patrimonio contenuto nelle varie sale o quello ammassato nei depositi. Bisognerebbe creare dei percorsi ad hoc in modo da attrarre il turista. Ma mi rendo conto che la Galleria degli Uffizi, che è di per sé un'opera d'arte, già faccia il massimo. E poi bisognerebbe fare tanta ricerca, una pratica usuale in altri grandi musei del mondo. La gente, insomma, non dovrebbe semplicemente visitare un luogo ma abitarlo». In che modo? «Offrendo altre opportunità come librerie, ristoranti e caffè, tutto ciò da cui si genera la socialità. E ancora: c'è la necessità di puntare sulla contemporaneità, attraverso soste mirate o grandi spazi, come hanno fatto a Bilbao, Oslo, Barcellona o negli Stati Uniti. L'uomo ha bisogno di reinterpretare il passato e acquisire memoria, quello che oggi manca in Italia». Come è stata la sua esperienza alla Triennale di Milano? «Straordinaria! Perché siamo partiti da una ristrutturazione completa di tutta l'architettura. Le abbiamo dato energia, riportandola a quella primitiva, ne abbiamo cambiato il linguaggio e ci siamo occupati dell'arte in tutte le sue sfaccettature. Insomma abbiamo creato una città infinita che da 40 mila visitatori è passata a 500 mila biglietti staccati. E questo grazie anche a concerti, mostre e laboratori dedicati ai bambini, progetti per le famiglie. Bisogna avere un "senso del tutto" per poter cambiare e comprendere a fondo le cose. Una grande responsabilità ce l'ha chi gestisce i musei: ci sono direttori intelligenti o conservatori, aperti e sensibili o retrogradi, ci sono musei vivi e luoghi mortiferi». Negli altri Paesi come funziona? «Penso, per esempio, a Shanghai dove lei ha curato il Padiglione Italia dell'Expo 2010. In quel caso abbiamo cercato di rappresentare le meraviglie che caratterizzano il Bel Paese. Agli artigiani italiani era dedicato uno spazio in cui venivano realizzate, a mano, le scarpe, i violini, le poltrone, tanto per citarne alcuni. Ecco, ripartiamo dalle nostre peculiarità legate alla contemporaneità per avere successo. Gli altri già lo fanno, noi, come al solito, siamo in ritardo».
I musei? Viviamoli più che visitarli Anche con un caffè
Il professor Davide Rampello, esperto di arte e musei, sostiene che i selfie davanti alle opere d'arte sono un problema, ma non sa cosa fare un museo per attrarre i visitatori e educarli. Rampello pensa che l'interattività non sia un surrogato delle emozioni, ma che i musei debbano offrire esperienze più coinvolgenti. Ha cancellato le referenze all'interconnessione al suo Padiglione Italia Expo 2015. Rampello propone di reinterpretare il patrimonio contenuto nelle sale e creare percorsi ad hoc per attrarre i turisti. Inoltre, suggerisce di offrire opportunità di socialità, come librerie, ristoranti e caffè, e di puntare sulla contemporaneità attraverso spazi e mostre.
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