Professor Domenico De Masi, da quanto non va a visitare un museo? «La settimana scorsa ero al Louvre». Avrà notato che ormai anche i musei sono il regno dei selfie? «Ci sono andato apposta. Per fotografare quelli che si fotografano davanti ai quadri» Perché? «Volevo dimostrare che è tutto un teatro, che oltre a conservare i quadri come fosse il cavò di una banca, i musei non fanno altro. Il "selfiesmo" è la punta dell'iceberg di questo "teatro": un'attività degradante sia per chi lo fa che per il museo stesso; la dimostrazione che dell'arte non glie ne frega niente a nessuno. Il selfie con la Gioconda è lo stesso che faresti con una soubrette o un calciatore». Ma la superficialità del turismo culturale non la scopriamo certo nell'era dei selfie. «È il turismo basato sul piantare bandierine, del "io ci sono stato". È una caccia al trofeo, con la differenza che prima il trofeo lo compravi al bookshop. Ora è gratis, col cellulare. E per di più tu sei parte integrante, anzi principale, della stessa bandierina piantata. Ma è inutile mettersi a fare una gara tra stupidi pre-tecnologici e stupidi tecnologici, il punto è la mercificazione dell'arte». Parliamo di musei e ancora non abbiamo nominato la parola "cultura". «Il problema che i musei si pongono non è affatto la cultura, ma la quantità di biglietti staccati. Così si è creata la tragedia: i musei basati sulla quantità sono la morte della cultura». Ma agli Uffizi non interesseranno i turisti da selfie, quanto gli intellettuali «Anche loro fanno teatro, con il loro atteggiamento pensoso davanti a un Tiziano, chi vogliono ingannare? Si può gustare veramente solo un'opera su cui si è preparati seriamente, e anche l'intellettuale non sarà mai abbastanza "intellettuale" da esserlo su tutti i quadri. La maggior parte delle volte recita». Insomma, la situazione è tragica. «Peggio. La fruizione dell'arte dovrebbe essere un amplesso culturale, ma invece di fare l'amore è come se guardassimo passare le donne sulla passarella di Miss Italia in televisione». Il selfie è una forma di voyeurismo in questo parallelo erotico-artistico? «È masturbazione. Ma anche la normale fugace inconsapevole visita delle sale è paragonabile a una sveltina. Il rapporto con l'arte dovrebbe essere invece un rapporto passionale vero. Guardi, in ogni dipinto vive la possibilità di infondere una gioia, per citare John Keats, creata per sempre. Il punto è: per sempre, ma non per tutti». Come dovrebbero cambiare i musei? «Dovrebbero prendere a modello il museo del calcio di San Paolo in Brasile che è "pensato" per coinvolgere il visitatore facendolo diventare protagonista della visita, nelle scelte, nell'approccio. È ovvio che con il calcio è più facile, ma almeno dietro c'è un pensiero, mentre i nostri musei sono dei magazzini, non hanno furore pedagogico, non sognano di insegnare cose importanti. Non pensano». Ma allora che consiglio darebbe al direttore Antonio Natali per far sì che anche solo un solo turista esca dagli Uffizi con un grado di consapevolezza maggiore? «Gli consiglierei di non vantarsi del numero di visitatori che riesce a raggiungere a fine anno, ma di vantarsi di quanti più visitatori escono dal museo con la gioia di aver avuto un orgasmo con l'arte. Il suo ruolo è quello di un "cupido" tra turista e dipinto».