Un dibattito innescato da una recente uscita di Vittorio Sgarbi riporta al centro dell'attenzione il patrimonio artistico nascosto di Milano: in sintesi, dice il torrenziale critico, basterebbe saperlo sfruttare, ed ecco serviti i visitatori di Expo con piatti culturali di prima scelta. C'è del vero, e non è scoperta di oggi. Chi ci conosce e apprezza sa che, fedele alla sua vocazione poco esibizionista, la città ha sempre custodito bellezze gelosamente nascoste, da scoprire giorno per giorno, quasi per caso. Una verità nota soprattutto per i giardini del centro: nelle strade apparentemente così nere, chi sbircia da dietro un cancello coglie insospettati scorci di verde, fruibili soltanto dall'interno dei palazzi. «Città tutta pietra in apparenza, e dura», commentava più di cinquant'anni fa Alberto Savinio, scrittore e pittore immeritatamente dimenticato, «in realtà morbida di giardini interni». La stessa cosa vale per alcune opere d'arte. Se possiamo essere tutti d'accordo che Milano non è città d'arte, e non può ragionevolmente mettersi a competere con una Venezia o una Firenze, si sa che comunque non le mancano opere di valore assoluto, spesso accuratamente celate. È il caso della Pietà Rondanini, tardo capolavoro di Michelangelo, per anni penalizzata da una collocazione inattuale ma difficile da cambiare, in quanto ideata dai mitici architetti dello studio BBPR. Oggi, con il volano di Expo, lo spostamento della scultura dovrebbe riuscire a riportarla al centro dell'attenzione. Meno citate, ma non per questo minori, almeno un paio di chiese: San Maurizio in Corso Magenta, affrescata da Bernardino Luini, o San Satiro in via Torino, con il suo meraviglioso trompe l'oeil ideato dal genio del Bramante. Spesso si citano anche alcuni capolavori nascosti nei musei; lo fa anche Stefano Boeri, parlando di opere che potrebbero uscire dai depositi di Brera dove sono conservate, invisibili al pubblico, per essere sparse per tutta la città, secondo il concetto di diffusione delle iniziative che oggi va per la maggiore. Proposta pure ragionevole, anche se gli artisti nominati da Boeri, di scarsa notorietà, non sembrano capaci di conquistarsi troppa attenzione. Rimane un problema a monte, a proposito dei tempi. Quando i beni culturali sono così ben nascosti, per valorizzarli occorre lavorare a lungo perché sedimentino, prima ancora che tra i turisti, nei cittadini stessi. È un'opera di cesello che va pianificata negli anni, e non si improvvisa in una stagione. Quando ci hanno assegnato l'Expo, nella primavera del 2008, c'era il tempo per farlo; oggi è certamente tardivo. Soprattutto se i due protagonisti del dibattito sulla riscoperta, Vittorio Sgarbi e Stefano Boeri, sono due ex assessori milanesi alla Cultura. Se quelle opere sono rimaste nascoste anche durante i loro mandati, nonostante le idee professate dai titolari, pare davvero difficile pensare i progetti di riscoperta divengano realistici in pochi mesi, con la spada di Damocle dell'imminenza di Expo sulla testa e mille cose da completare. Nuovi progetti sono senz'altro da perseguire, ma pianificandoli, e senza improvvisazioni.