La provocazione di Jake Chapman: teneteli fuori «Non perdete tempo a portare i vostri bambini ai musei, lasciateli a casa. I genitori sono degli arroganti se pensano che i loro figli possano capire artisti come Jackson Pollock o Mark Rothko. Non c'è alcun collegamento tra la semplicità delle opere di Henri Matisse e i livelli essenziali di arte dei bambini, chi lo dice è meno intelligente dello scemo del villaggio». Jake Chapman, classe 1966, col fratello Dinos compone il pirotecnico duo Chapman Brothers, finalisti del premio Turner 2003 (prestigioso riconoscimento per gli artisti britannici under 50) con la provocatoria opera «Death» che ritrae una coppia impegnata nel sesso orale. I loro lavori e la loro capacità polemica li collocano sempre sotto i riflettori del dibattito britannico sull'arte. Fatale che la frase di Jake sia stata ripresa dall'Independent e dal The Times . Il primo a contraddirlo è stato Antony Gormley, premio Turner nel 1994 e Praemium Imperiale 2013 in Giappone: «Jake è un provocatore, non credo che l'arte debba essere capita ma vissuta. I bambini sperimentano le cose in modo ben più diretto di noi. Non sarei oggi un artista se non avessi frequentato gallerie e musei fin da bambino» E in Italia cosa succede? Scorrendo le «Minicifre della Cultura 2013» del ministero dei Beni culturali si scopre che di 4.588 musei e istituti d'arte aperti al pubblico in Italia, 2.688 svolgono attività didattiche tra laboratori, corsi e progetti educativi, ma che solo 470 circa dispongono di spazi adeguati. Perché è l'educazione che aiuta i bambini a capire. Assicura Mario De Simoni, direttore generale Palaexpo-Scuderie del Quirinale a Roma (600.000 presenze nel 2010 con la mostra sul Caravaggio): «Se si pretende che un bambino in un museo abbia le stesse reazioni di un adulto, allora ha ragione Chapman. Il punto è l'alfabetizzazione artistica. Così come nelle scuole si insegna a leggere e scrivere, noi ogni anno organizziamo laboratori per ventimila bambini tra i 3 e gli 11 anni. In questo modo si ritrovano con gli strumenti per poter capire e apprezzare, soprattutto dopo che hanno materialmente creato con le loro mani qualcosa di legato alla mostra. Solo in questo modo si costruisce il pubblico di domani». Conferma Mario Natali, direttore del museo italiano per eccellenza, la Galleria degli Uffizi di Firenze: «La bellezza non è una virtù d'istinto, la si coglie dopo aver studiato. Si dice che molto dipenda dall'insegnamento dei genitori. Ma vedo troppe famiglie impegnate nei "selfie" nelle stanze col capolavoro-feticcio, penso alla "Primavera" del Botticelli: allora è meglio non portarli davvero, e ha ragione Chapman». Cosa fare, allora? «Noi abbiamo inventato il lunedì dei bambini. Piuttosto che gettarli in quel mercato del pesce che rischia di essere un qualsiasi giorno di visita, regaliamo loro un'atmosfera sacrale da grande tempio greco. Il silenzio aiuta molto. Un suggerimento? Lasciar scegliere loro il quadro da scoprire, non imporlo con le visite guidate o gli operatori della didattica. I piccoli hanno bisogno di trame e di storie. Tra i bambini ha per esempio un gran successo la "Tebaide" del Beato Angelico, così piena di episodi e di vicende. Bisogna a aiutarli a partire da lì, da qualcosa che li affascina e appartiene loro. In quanto all'educazione all'arte nelle scuole, se non si rimette mano alla questione si rischia, in futuro, che i musei divengano solo materia per le casse dello Stato» E poi, la parola all'artista, Grazia Toderi, Leone d'oro alla Biennale di Venezia 1999: «Troppo spesso si usano i bambini per farne cifre da audience, nemmeno si trattasse di calcio o televisione. Vedo poi tanto moralismo didattico in giro. Da ragazzina vidi, e amai, il Kunsthistorisches Museum di Vienna senza visite guidate. Credo sia giusto restituire ai bambini spontaneità, libertà di fruizione e di fantasia. In quanto ai numeri, so che mi contesteranno in molti. Ma dico che è meglio meno pubblico, se tutto si trasforma in una caccia al visitatore, e più attenzione all'arte. Perché si spende molto per il "sistema" e assai poco per l'arte stessa».