È lecito modificare un tessuto urbano, reinventare pezzi di città, mutarne la vita quotidiana? O tutto deve restare così com'è? Oggi, tragedia dopo tragedia, crollo dopo crollo, Luigi de Magistris starà probabilmente facendo un bilancio delle proprie scelte e non gli sarà facile. Perché, tra conservazione e trasformazione, il sindaco di Napoli ha preso la strada di modifiche improvvisate, episodiche, autoreferenziali, incolte. Che le grandi città si trasformino è usuale. Spesso si tratta di aree dismesse o di massicce operazioni di restauro, come il londinese South Bank, una centrale elettrica diventata la Tate Modern. O la ferrovia sopraelevata newyorkese che oggi è il parco alla moda di High Line. O Puerto Madero, il bacino di Buenos Aires ripopolato da torri residenziali, ristoranti e caffè. O ancora il coloratissimo Colonial District di Singapore. Più di rado le amministrazioni comunali osano toccare le vecchie abitudini urbane: a Parigi, la pedonalizzazione dei Lungosenna voluta dal sindaco Bertrand Delanoë suscitò forti polemiche. Reinventare la città è fenomeno complesso, da studiare attentamente, da condividere con gli abitanti, spesso costoso. L'opposto di quel che è successo a Napoli. Qui, mentre la grande area dismessa di Bagnoli restava com'era vent'anni fa, un sindaco bonapartista ha voluto modificare i pezzi pregiati della città quel lungomare che guarda una delle più belle baie al mondo senza progetti, senza urbanisti, senza soldi. E senza tener conto dello stravolgimento funzionale che quelle manomissioni avrebbero provocato. Motu proprio. È una simile leggerezza che ha permesso di pedonalizzare (parzialmente) via Caracciolo, ovvero il principale asse viario tra est e ovest. Che ha mutilato il maggiore parco cittadino. Che ha peggiorato la quotidianità di decine di migliaia di residenti. Che ha prodotto la mutazione culturale dell'intero quartiere rivierasco. Libereremo via Caracciolo, aveva detto il sindaco. E oggi si capisce che la «liberazione» di Chiaia significa una Villa comunale paurosamente desertificata e infestata dalla prostituzione, un lungomare invaso dai tavolini di plastica delle paninoteche, una folla di ambulanti, abusivi, questuanti, e poi la balneazione in acque sospette, l'inquinamento acustico dei concerti e concertini alla Rotonda Diaz, la criminalità che ti sequestra per il contante di un bancomat. Si dirà che per il controllo del territorio ci vogliono i soldi, che non è il caso di stracciarsi le vesti per la cassa armonica di Alvino, che i baffi della scogliera non sono una tragedia. Assai peggio, si dirà che il piccolo Ivan è annegato per una fatalità e non per l'assenza di bagnini. E il piccolo Salvatore per il destino crudele e non per il degrado della Galleria Umberto. E le vittime di lampioni e pini per un colpo maligno di vento. Ma questi sono i (terribili) effetti collaterali di un decisionismo urbanistico senza uno straccio di pensiero pensato, una qualsivoglia competenza gestionale, una sia pur minima cura alla manutenzione. Londra, New York, Barcellona, ma anche Salerno sono lontane mille miglia. E lo stupore nasce dal fatto che un tessuto metropolitano possa essere a tal punto vandalizzato proprio da chi aveva promesso di «liberarlo». In compenso, annunciava ieri il sindaco, avremo Gigi D'Alessio in concerto a Capodanno.