Oggi è un anno che ci manca Umberto Bile. Manca alla sua famiglia, alla sua compagna, ai suoi amici. Manca ai Girolamini, e ai suoi colleghi della soprintendenza. Manca a Napoli. Quante cose sono successe, quest'anno. Immagino il sorriso mite di Umberto, se avesse visto la sorte di Marcello Dell'Utri e Giancarlo Galan, gli intoccabili a vario titolo coinvolti nella devastazione della Biblioteca dei Girolamini. Immagino la sua rabbia se avesse visto un ragazzo morire per la mancanza di manutenzione dei monumenti di Napoli. Quei monumenti a cui ha dedicato la sua vita. Umberto è stato un esemplare funzionario dello Stato. Non potrebbe esserci una definizione meno attraente, per il palato dell'Italia del 2014: un'Italia giovanilistica e velocista, dominata dalla retorica della modernizzazione e dall'insofferenza per le regole. Ma proprio il sorriso di Umberto era la miglior risposta a questi sciocchi, interessati pregiudizi. Quel sorriso nasceva dalla consapevolezza di un progetto politico: politico nel più alto dei significati. Egli sapeva che tutelare un patrimonio voleva dire restituirlo ai cittadini: attraverso l'accesso materiale, e attraverso la redistribuzione della conoscenza. Il suo lavoro come conservatore dei Girolamini è stato esemplare. Altri, al suo posto, avrebbero pensato che, dopo ciò che era successo, sarebbe stato necessario molto tempo prima di poter riammettere il pubblico nel complesso di Via Duomo. Umberto no: egli volle riaprire subito, riaprire il più possibile. Volle rimettere i quadri sugli altari della chiesa prima ancora di restaurarli: perché tutti si rendessero conto delle necessità, e partecipassero alle soluzioni. Proprio come si fa in famiglia. È proprio in questo spirito l'eredità più feconda che Umberto Bile lascia a Napoli. Dove c'era stata distruzione egli ha avviato la ricostruzione. Dove aveva trionfato l'arbitrio del mercato, egli ha rimesso al centro la conoscenza. Dove aveva agito una banda di complici, egli ha ricostruito un gruppo di colleghi, giovani e preparatissimi. Dove si era chiuso e nascosto, egli ha aperto e svelato. Dove tutto era stato privatizzato, egli ha ricostruito l'interesse pubblico. Di fronte ad un ceto politico drammaticamente fallimentare, di fronte ad amministratori incapaci o corrotti, di fronte ad una classe dirigente diffusamente inadeguata, l'esempio di questo sorridente e determinato funzionario dello Stato è prezioso. Perché non è teorico, astratto o saggistico: è l'esempio di un lavoro concreto, un lavoro che continua nonostante la dolorosa scomparsa di Umberto stesso. Molti degli studenti di storia dell'arte della Federico II frequentavano i Girolamini, nei mesi in cui Umberto ci lavorava per quattordici o quindici ore al giorno. Perché vedevano, finalmente, una luce: una possibilità di riscatto per la loro città, e per il loro futuro. Seguiamo il loro esempio: quando pensiamo che tutto sia perduto, ricordiamo Umberto Bile. Ricordiamo che le pietre consumate e cadenti del nostro patrimonio culturale non sono per il passato, ma per il futuro.