Pesante attacco alle testate cooperative, che mette in pericolo un altro pezzo del pluralismo nell'informazione Se voleva essere un segnale di come si muoverà il Berlusconi-bis nei mesi che ci separano dalle prossime elezioni politiche, bisogna dire che è un segnale gravissimo. Soprattutto perché avviene sul terreno del pluralismo dell'informazione, configurando una situazione in cui molte voci - piccole, ma importanti e radicate in vaste aree dell'opinione pubblica - rischiano di vedersi tagliare le gambe. O i rifornimenti, che poi è lo stesso. La presidenza del consiglio, infatti, ha cominciato a liquidare le anticipazioni del contributo 2004 all'editoria non profit e politica, inviando i relativi bonifici. La legge 250 del 1990 prevede che questa anticipazioni siano costituite dal saldo del residuo dovuto per l'anno 2003, più una cifra pari al 50 di quanto versato per quell'anno a titolo di «anticipo» sul contributo 2004 (che, in assenza - a questa data - di bilanci certificati non è ancora possibile quantificare). Dalle prime verifiche fatte, invece, le cifre che cominciano ad essere versate alle testate non profit (cooperative come la nostra, o giornali di partito, radio, ecc) sono pesantemente decurtate. Fatto salvo il residuo sull'anno precedente, infatti, le anticipazioni vere e proprie sono state ridotte dal 50 al 25. Due le conseguenze immediate per tutte le testate interessate: complicazioni nei rapporti con le banche (che proprio sulla certezza dell'entità del contributo all'editoria hanno fin qui regolato il servizio e le scadenze del debito) e più o meno gravi dissesti nei bilanci a breve (carenze di liquidità, problemi con gli stipendi, ricorso più difficoltoso all'indebitamento, ecc). Il governo, insomma, sta violando apertamente la legge e, con questo atto, prova a stringere il cappio intorno al collo dell'editoria non profit (che comprende non solo testate «d'opposizione», ma anche quasi tutte le pubblicazioni parrocchiali). Si muove, oltretutto, secondo le linee illustrate nei suoi emendamenti alla «legge Bonaiuti» (sottosegretario con delega all'editoria, appunto), che prevedono la riduzione dell'anticipazione dal 50 certo a un vaghissimo «secondo le disponibilità», come per le elemosine. Solo che quegli emendamenti non sono «legge» - anzi: neppure una «proposta» di legge - e quindi applicarne gli effetti è assolutamente illegale. La storia della legge Bonaiuti, che dovrebbe riformare la normativa sull'editoria non profit, è ormai abbastanza lunga. Partita per correggere alcune imprecisioni di formulazione della legge 622001, si era presto trasformata in un tentativo di «normalizzare» l'informazione fuori dai grandi gruppi (i quali hanno i loro contributi sotto la voce «per gli investimenti»), introducendo sbarramenti più alti per rientrare nel diritto al contributo (essere in attività da cinque anni, invece che da tre) e soprattutto l'obbligo (art. 1) di assumere un direttore responsabile - un giornalista professionista, dunque - per i siti Internet, in modo da «punirne» più agevolmente le eventuali intemperanze. La discussione in Commissione cultura della Camera, vedeva una certa disponibilità - anche governativa - verso le controproposte avanzate dall'associazione Mediacoop, che riunisce tutte le testate interessate, presieduta da Lelio Grassucci: abolizione dell'art. 1, costituzione di una riserva del 10 della pubblicità istituzionale per le testate «coop», modifica dell'obbligo di pubblicizzazione dei bandi pubblici (da due a tre testate, di cui almeno una non profit), rivalutazione del contributo per i periodici locali (fermo da 15 anni a 200 lire). La discussione sembrava poter arrivare a una conclusione positiva, quando all'improvviso il governo ha presentato emendamenti assolutamente opposti, tra cui quello che elimina l'obbligo di anticipare il 50 del contributo sull'anno appena concluso. Anche Fnsi, Sinagi (giornalai), Consis (giornali diocesani) hanno preso posizione contro questa decisione unilaterale e illegale. Mediacoop e tutti gli altri soggetti chiedono perciò che si torni a discutere in Commissione, a partire dal testo di compromesso che il governo ha di fatto azzerato. Come dice il comunicato di Mediacoop, «E' in gioco una posta essenziale della democrazia dell'informazione nel nostro paese».