Firenze, 26 luglio 2014 - CARO DIRETTORE, non sono d'accordo con la proposta di abolire le soprintendenze. Erano l'unico baluardo per difendere l'invasione del cattivo gusto e anche il nostro patrimonio dalle barbarie della modernità. E' inutile promettere un maggiore impegno per valorizzare i beni culturali, se poi si demoliscono gli strumenti che finora li hanno gestiti con rigore. Serafino Bianchi, Lucca Risponde il direttore de La Nazione Marcello Mancini CARO SERAFINO, è proprio lì il problema. I soprintendenti usano eccessivo rigore, da apparire totalmente chiusi alle novità e dunque anche alla possibilità di sfruttare i giacimenti culturali che gestiscono, con dinamiche moderne e più disponibili al business. D'altra parte bisogna rendersi conto che i musei non sono più contenitori nei quali conservare tesori in naftalina; né gli spazi all'aperto si possono considerare intoccabili e impermeabili ai cambiamenti urbanistici. Credo che l'intenzione di chi sta pensando di modificare la figura del soprintendente non sia quella di concedere più libertà a chi vuole calpestare le aree monumentali, quanto quella di introdurre una visione più elastica e imprenditoriale del nostro patrimonio. Certi soprintendenti sono legati a un concetto superato, per cui nulla si può toccare. Invece sarebbe più logico accogliere all'interno del consolidato contesto le novità legate al nostro tempo. Testimonianze da lasciare alla storia che, altrimenti, ignorerà il nostro passaggio di uomini del Duemila.
Manager al posto dei soprintendenti
Il direttore de La Nazione, Marcello Mancini, risponde a un articolo di Serafino Bianchi, che si oppone all'abolizione delle soprintendenze. Mancini sostiene che i soprintendenti usano troppo rigore e non sono aperti alle novità, mentre Bianchi afferma che i soprintendenti sono legati a un concetto superato e non vogliono permettere la valorizzazione del patrimonio culturale con dinamiche moderne. Mancini sostiene che l'intenzione di modificare la figura del soprintendente è quella di introdurre una visione più elastica e imprenditoriale del patrimonio, mentre Bianchi crede che ciò significherebbe permettere la distruzione del patrimonio culturale.
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