Il decreto Franceschini ha liberalizzato gli scatti alle opere Giusto o sbagliato? Critici e storici dell'arte si interrogano Un costume talmente diffuso che alla Pinacoteca di Bologna è stato sdoganato già da tempo, rivela il soprintendente Luigi Ficacci. Eppure è una «pratica che rende merce l'opera», chiosa quasi «alla Marx» Marco Goldin. La nuova legge su Cultura e Turismo liberalizza gli scatti fotografici all'interno dei musei «e meno male, il turismo nella dimensione più basica fa foto amatoriali, la libertà di fotografare in un museo è una cosa logica che avviene anche al Louvre, dove ogni minuto 400 persone immortalano la Gioconda», sbotta Vittorio Sgarbi. Cronache dal mondo dell'arte italiana, che da lunedì per decreto obbedisce tanto alla moda del selfie quanto all'era della riproducibilità tecnica. Un bell'autoscatto con il compianto di Niccolò dell'Arca che fa da sfondo e via a postarlo su Facebook o a mostrarlo agli amici. «Più che altro toccherà mettere dei badanti nelle sale dei dipinti con il caos che si creerà e spero che sia stato proibito l'uso del flash», argomenta la storica dell'arte Silvia Evangelisti. Il tema c'è e appassiona critici e direttori di musei, anche se le loro opinioni in proposito sono discordanti: il «proibizionismo» è finito e con le braccine tese a impugnare lo smartphone di fronte a una tela dovremo farci i conti. «Il mullah Omar che è in me proibirebbe tutto, però prescrivere una divisa per vedere un museo è troppo per un paese democratico», sostiene Vittorio Sgarbi, che sotto le Due Torri si è laureato e al selfie soggiace con voluttà: «Io che sono fotografato valuto che sia fatto per la stima e per la fama che mi fanno diventare icona. Se si intende il quadro come icona, come Mick Jagger, fotografandolo si fa una cosa corretta». «L'arte sono io», come diceva Victor Hugo? Sì, ma non tutti la pensano come il critico ferrarese. Marco Goldin, artefice del successo in città della mostra «La ragazza con l'orecchino di perla», è di diverso avviso, anzi è per una fruizione monacale del quadro. Infatti a Palazzo Fava era severamente vietato prodursi in reportage fotografici. «Posso immaginare che nell'era della digitalizzazione spinta si sia interessati a fare questo, i musei però così diventano un luogo ancor più di confusione, credo che l'opera d'arte abbia un che di sacro che deve essere salvaguardato afferma Goldin - questa non è la strada buona, né giusta e rende meno forte la concentrazione davanti al dipinto; chi lo vuole fotografare non ha il trasporto di chi lo vuole vedere e basta». Nel caso del selfie l'opera d'arte diventa scenografia per l'autoscatto, è la tesi del curatore di Linea d'ombra, «diventa sfondo, diventa feticcio e dietro hai un capolavoro! Io preferisco andare a guardarmi una tela da solo e non con una mediazione». «Credo che l'aspetto contemplativo fosse andato già da tempo, chi va in un museo per l'aspetto contemplativo non va con i pullman la domenica, lo dice anche un bel saggio di Gillo Dorfles L'intervallo perduto, continua Silvia Evangelisti. Detto questo, la storica si avventura anche in considerazioni tecniche: «Non so che benefici porti all'erario una legge del genere, è irrilevante, non fa né bene né male e si adegua a una moda del tempo». «Nella sintomatologia contemporanea, di fronte alla realtà di un'opera d'arte, un visitatore cerca di avere un approccio virtuale, piuttosto che reale, cerca cioè di fotografarla per non guardarla», analizza il sovrintendente Luigi Ficacci, totalmente d'accordo con il «libero scatto». Da tempo in Pinacoteca si possono fotografare le tele di Raffaello e Guido Reni. «Il fatto che un'opera d'arte entri nella galleria di immagini dell'immaginario di qualunque cittadino non può essere che fare del bene, la fotografia è autorappresentazione di massa». Opinione agli antipodi di quella di un altro ex-sovrintendente, Andrea Emiliani. «Tutte le leggi di questo governo sono un vero cesso, perché è evidente che scattare foto in continuazione in galleria vuol dire creare disturbo visivo e lesioni tutte da studiare ai dipinti».
Fotografie da museo
Il decreto Franceschini ha liberalizzato gli scatti fotografici all'interno dei musei, rendendo possibile la fotografia amatoriale. Critici e storici dell'arte si interrogano sulla pratica, che potrebbe rendere merce l'opera d'arte. Alcuni, come Vittorio Sgarbi, sostengono che la fotografia sia una forma di onorare l'opera d'arte, mentre altri, come Marco Goldin, ritengono che la fotografia possa distrarre dallo studio della tela e renderla meno apprezzata. La storica Silvia Evangelisti sottolinea che la fotografia può essere una forma di approccio virtuale, piuttosto che reale, e che la legge potrebbe non avere benefici per l'erario.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo