Fleckinger: mostre e ricerca sotto lo stesso tetto BOLZANO Dopo il ritrovamento di Ötzi nel 1991, è diventato forse il museo più importante dell'Alto Adige, capace di attirare turisti provenienti da tutto il mondo. Stiamo parlando del museo archeologico di Bolzano, un punto di attrazione divenuto fondamentale per Bolzano e provincia. Direttrice Angelika Fleckinger, bastano i finanziamenti della Provincia per le vostre attività? «Certamente i contributi sono sempre pochi, perché ce ne vorrebbero molti di più. Ma noi siamo un'eccezione in confronto ad altri musei perché riusciamo a coprire tutte le spese soltanto con gli ingressi dei visitatori al museo, con la vendita delle foto e con i prestiti di reperti ad altri enti. Per questo motivo, il contributo della Provincia che è di soli 20.000 euro ci basta, o meglio ce lo facciamo bastare. Abbiamo poi 15 dipendenti pagati dalla Provincia, anche in questo caso ce ne vorrebbero di più, ma ci arrangiamo». Da anni lamentate un problema di spazi, come mai? «Dal 2011, ovvero da quando abbiamo celebrato l'anniversario dei 20 anni dal ritrovamento di Ötzi, l'intero museo è stato dedicato a lui. Ovviamente si tratta di un reperto di importanza colossale e ritengo giusto dedicargli lo spazio che merita, ma in questo modo non abbiamo posto per gli altri reperti archeologici dell'Alto Adige e questo è in parte un controsenso perché siamo il museo archeologico dell'Alto Adige e abbiamo anche una funzione formativa per il territorio». L'uomo del ghiaccio viene spesso portato nei laboratori dell'Eurac per effettuare degli studi su di lui, non si potrebbe pensare di lasciarlo lì anche per i visitatori e liberare lo spazio del museo per gli altri reperti? «Assolutamente no, perché c'è bisogno di una dimensione adatta ai visitatori che si può avere all'interno di un museo e non dentro un laboratorio. Ricordiamo che l'esposizione dell'uomo del ghiaccio significa un grosso guadagno economico per tutta la città. Tanti turisti vengono qui solo per vederlo. La ricerca scientifica che oggi si svolge negli edifici dell'Eurac e quella espositiva all'interno del museo dovrebbero però essere avvicinate e poter stare sotto lo stesso tetto, ma con un progetto che d'integrazione e non di esclusione"» Che progetto propone lei? «Mi auguro che un giorno si possa trovare un edificio più grande dove ci sia spazio per Ötzi, ma anche per i laboratori dove si svolge la ricerca scientifica secondo il nuovo concetto museale che si può riscontrare per esempio al Muse, dove i visitatori possono osservare, attraverso delle vetrine, anche il lavoro dei ricercatori. Inoltre in questo nuovo edificio dovrebbe esserci spazio anche per gli altri reperti dell'Alto Adige e per le altre ricerche che contestualizzano meglio il periodo dell'uomo del ghiaccio. Sono fiduciosa che la soluzione stia per arrivare». Avete altre ricerche in corso? «Sì, una è per esempio quella condotta da Ursula Wierer che nel 1995 ha scoperto un sito mesolitico nei pressi di Salorno. L'indagine archeologica ha permesso di reperire numerosi dati e di raccogliere una grande varietà di reperti. Oppure potrei citare l'importante ricerca di Andreas Putzer conducendo in val Senales». Che cosa significa Ötzi per Bolzano? «Tantissimo, da quando è stato ritrovato il turismo in questa città è diventato internazionale. Chiediamo sempre la provenienza ai nostri visitatori. Molti sono israeliani, giapponesi, australiani. Inoltre, adesso Bolzano è conosciuta in tutto il mondo. Quando terminiamo una pubblicazione su di lui, abbiamo un riscontro immediato in tutto il mondo e su internet la notizia rimbalza subito di sito in sito».