La firma è del pittore olandese. Ma gli studiosi: è falsa Il fondo cupo incornicia la figura di un'evangelista Luca pensieroso, avvolto in un pesante abito scuro dall'aspetto polveroso e tratteggiato nell'atto meditatorio con insistito realismo nelle numerose rughe presenti sul volto, con gli occhiali sul naso e gli occhi socchiusi. Si tratta di un bel dipinto che sotto la mano destra porta l'illustre firma di Rembrandt. Ma è giallo sull'autore dell'opera, come molto giallo c'è nelle rocambolesche vicende intorno a quest'olio su tavola (cm. 86,5x68) del XVII secolo raffigurante «San Luca Evangelista». Partiamo dal finale della storia, ovvero dalla riconsegna ieri all'Istituto di Storia dell'Arte della Fondazione Giorgio Cini da parte del Comando dei Carabinieri Tutela Patrimonio Cultura nucleo di Venezia dell'opera, che era stata trafugata la notte tra il 12 e il 13 dicembre del 1979 dal Castello di Monselice - all'epoca proprietà della Fondazione - insieme ad altri 10 dipinti, 6 sculture, 5 mobili di pregio e 9 oggetti d'arte. Un «ritorno a casa» dopo 35 anni. L'imprenditore, uomo politico e fine collezionista Vittorio Cini aveva ereditato il castello nel 1935, passato poi nel 1981 in proprietà alla Regione Veneto. Fu nel 1940 che Cini venne insignito del titolo di Conte di Monselice ed è probabile che in questi anni acquistò il nostro dipinto avvolto nel mistero raffigurante il santo Luca, ritenuto di scuola olandese soprattutto per i caratteristici elementi chiaroscurali. E per quella firma apocrifa del grande maestro: «La firma - spiega Luca Massimo Barbero, direttore dell'Istituto di Storia dell'Arte della Fondazione Giorgio Cini - è stata apposta sul dipinto presumibilmente dal mercato d'arte ai primi del '900. In realtà gli studi hanno accertato la paternità dell'opera al vedutista veneziano Bellotti, realizzata intorno al 1660-1661». Ecco il colpo di scena. Non si tratterebbe, dunque di un olio di Rembrandt bensì di Pietro Bellotti (Salò 1625 Venezia 1700), artista che ebbe fama come pittore di ritratti e teste di carattere, capace di valorizzare i chiaroscuri e le analisi dei dettagli introducendo un realismo quasi caricaturale. Il primo ad attribuire il dipinto al Bellotti è stato Nicola Ivanoff nel 1972, seguito da Giuseppe Fiocco e Rodolfo Palucchini e definitivamente nel 1996 da Luciano Anelli. Il «San Luca Evangelista» del Bellotti sarebbe, inoltre, la traduzione di un'originale di Georges de La Tour, pittore francese fortemente influenzato dal Caravaggio. Eppure, il dipinto che tuttora reca la firma di Rembrandt è stato lungo tutto il '900 ritenuto, se non con certezza creazione del maestro, almeno di scuola olandese, tanto che nel 2009 stava per andare all'asta dalla Artcurial a Parigi, dove era stato messo in vendita come opera olandese del XVII secolo da un collezionista francese, ignaro della provenienza illecita. La vendita è stata bloccata prima che scattasse l'asta parigina, grazie all'ausilio della Banca Dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti, il più grande data base esistente al mondo dedicato a questa tipologia di oggetti, gestita dai Carabinieri del Tutela Patrimonio Culturale: «Il collezionista transalpino - ha sottolineato il Maggiore Giuseppe Marseglia, comandante del nucleo Carabinieri per la tutela patrimonio culturale di Venezia - scoperta la provenienza illecita si è reso disponibile alla restituzione. Adesso l'indagine prosegue per capire i vari passaggi di proprietà del dipinto. Questo ritrovamento è un tassello del mosaico relativo al furto del '79 al castello di Monselice, riguardo al quale non perdiamo la speranza, nel tempo, di riuscire a recuperare gli altri pezzi trafugati». Oltre al dipinto del Bellotti, che sarà collocato alla Fondazione Cini sull'isola di San Giorgio visibile al pubblico dal mese di settembre, lo stesso comando veneziano dei Carabinieri nel 2001 aveva restituito all'istituzione un presepe ligneo tardo quattrocentesco lombardo sottratto nel furto.
Venezia. Rembrandt, Bellotti e il giallo del quadro rubato a Cini
Il dipinto "San Luca Evangelista" è stato ritrovato dopo 35 anni e restituito all'Istituto di Storia dell'Arte della Fondazione Giorgio Cini. L'opera, ritenuta di scuola olandese, era stata trafugata nel 1979 dal Castello di Monselice. La firma del dipinto era stata apposta presumibilmente dal mercato d'arte ai primi del '900, ma gli studi hanno accertato che l'opera è di Pietro Bellotti, un vedutista veneziano. Il dipinto è stato riconosciuto come opera di Bellotti nel 1972, ma la sua provenienza illecita è stata scoperta solo recentemente.
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